Ho viaggiato per poter capire.
Trovo un po’ difficile racchiudere in parole quello che sento dopo questo mese in Perù, perché è davvero tanto, ed è diventato un tutt’uno con quella che sono io. Mi viene in mente un regalo che mi hanno fatto le mie amiche prima di partire: un pannello con la scritta “ho viaggiato per poter capire”. Questa frase, mentre ero in Perù, mi è tornata in mente come un flash, quando mi sono accorta che quello che stavo capendo, che stavo imparando, durante il mio mese lì, non riguardava tanto il Perù quanto me.
A Lima, nei primi giorni di campo, ci siamo scontrati con la povertà più assoluta: vallate e vallate di niente, se non sabbia e lastre di metallo che diventano case. Davanti a quella povertà ho pianto, e ho conosciuto le mie lacrime, il mio senso di impotenza.
Arrivati alla Casa de Tuty, i bambini ci hanno accolto con uno spettacolino bellissimo, curato nei minimi dettagli. Lì ho scoperto il mio stupore, il mio incanto di fronte al loro impegno.
Ogni mattina, tra noi volontari, leggevamo delle riflessioni di un missionario sulla carità. In quei momenti ho capito cosa mi tiene viva e mi accende: poter donare quello che sono e che so fare.
Durante tutto il mese ho fatto parte del gruppo di formazione personale, che ogni giorno organizzava attività riflessive e introspettive per i bambini della casa. Lì ho capito quanto amo quello che sto studiando (psicologia), quanto vale andare in profondità per prendersi cura del dolore che ciascuno porta con sé. Ascoltando i cuori dei bambini, ho capito che voglio che sia quello il mio posto nel mondo: a contatto con la verità che ciascuno porta dentro e non mostra a nessuno.
Attraverso il gruppo formazione, le parole dei bambini e le nostre durante le condivisioni serali, ho incontrato la rabbia, la paura, la tristezza profonda. Ho capito la speranza, il dolore. Ho visto la fiducia spezzata, la nostalgia, la forza – quella vera.
Dagli abbracci, le strilla, le litigate tra i bambini per sedersi accanto a me o per giocare un minuto in più insieme, ho sentito la loro fame d’amore – disordinata, ma intensissima. Attraverso gli sguardi ho capito ogni cosa. E non so dirlo diversamente.
Davvero, non so come raccontare cosa è stato vivere un mese alla casa de Tuty. Ma so che stare lì mi ha fatto venire voglia di mangiarmi la vita, di imparare tutto quello che posso, di diventare la psicologa più brava del mondo, l’amica più fidata, il riferimento più rassicurante e saldo, la ragazza con più energie e idee esistenti. Tutto questo per donare ogni pezzettino di me. Perché ognuno di noi ha così tanta vita da regalare… E quando si inizia, diventa un circolo bellissimo in cui si dona e si riceve senza più far caso a da dove viene e dove arriva.
La Casa de Tuty fa proprio questo: prende i tuoi talenti e li trasforma in desiderio di bene. Li trasforma in porte da costruire insieme, in pavimenti da dipingere ridendo e cantando, in baci da dare, in volti da accarezzare, in giochi da spiegare in spagnolo, in mani da stringere, in sguardi da sostenere.
Tante cose ho ancora da prendere e da capire da quel posto. Da quei bambini che si prendono una goccia da te e ti danno in cambio il mondo.
Un giorno, tra tanti, stavo lavando i miei vestiti a mano, nello stesso lavandino dove in contemporanea qualcuno degli altri volontari si stava lavando i capelli o i piedi, e ho pensato che non mi sarei mai dimenticata di quelle vite e di quanto mi stavano dando. Voglio proprio che sia così.
Alla Casa de Tuty vedi tanta gioia e tanto dolore. E tutto quello che vorresti fare è alimentare quella gioia al 100%, ridendo e giocando con i bambini fino allo sfinimento, e poi prendere nelle mani la loro sofferenza e trasformarla un po’, ridandogliela più leggera, più a misura di bambino. Portandola insieme.
Ma come si fa ad andare via, dopo aver toccato tutto questo?
La mia risposta è stata che si può. Sì. Sapendo di tornare a casa per raccogliere il bene da poter riportare lì, o da ridonare nella tua realtà.
Non so se questo sia un flusso di coscienza o una testimonianza, ma so che non posso far altro che essere profondamente grata per aver riso, giocato, amato e pianto insieme ai bambini del CAEF. È stata un’esperienza davvero felice, in modo vero e autentico.
Sento di aver ricevuto in dono il loro cuore, così come quello dei miei compagni di viaggio – all’inizio completi sconosciuti, ora “familia” – e non potrei essere più onorata e grata di così.
Mentre l’aereo decollava da Lima io scrivevo:
“Perù. Ti lascio un pezzo di me, custodiscilo.
Voglio crescere e tornare da te.
C’è casa mia in te, ora.
Tornerò con lo spagnolo, per parlare con i bimbi miei amici a cui ho lasciato il cuore.
Perù, ti sei preso una parte di me e in cambio mi hai dato la voglia di sognare, di dare tutto e di mangiarmi la vita.
Ti devo la vita.
Ho le radici piantate nella tua sabbia polverosa. Nelle parti più difficili di Lima, a Trujillo, dove le persone fanno paura. O forse sono loro ad avere paura? Di cosa? Di essere amate?Sicuramente hanno conosciuto un amore che è tutto il contrario dell’amore. Forse lo hanno odiato profondamente e ora lo moltiplicano per come lo conoscono, lasciando segni sulla pelle e nel cuore dei bimbi del CAEF. Bambini che sulla carta sono bambini, ma nella vita sono madri e padri di loro stessi e dei loro fratellini. Chissà…
Voglio guardare di nuovo gli occhi grandi di J.P., quelli vivi più che mai di E., quelli intensissimi di B., quelli pieni di rabbia di N., quelli genuini di E., quelli dolci di D., quelli teneri di B., quelli sorridenti di A., quelli pieni di desideri di A.L., quelli tristi di N. Quegli occhi sono tutte vite. E da ora, le porto con me."
Tara
(perché J.P. e A. la S di Sara non la sanno pronunciare)