Sabrina Varesi

Tornare senza essere mai andata via


È passato ormai un po’ di tempo dal mio ritorno in Italia. Ho cercato di rendere questo rientro il più soft possibile, senza stare realmente troppo a casa, quasi per non dare al corpo e alla mente il tempo di fermarsi e rilassarsi completamente.

Mettere in ordine tutto quello che abbiamo vissuto è difficile. E forse non so nemmeno se voglio davvero farlo.

C’è ancora molta confusione dentro di me e, paradossalmente, è proprio questa confusione a farmi sentire come se fossi tornata da poco. Come se una parte di me fosse ancora lì, vicina a quella casa, come nel mese di agosto.


È quello che ho cercato di fare in questi due anni lontana dal CAEF: non sentirmi davvero distante.

Dopo il mio primo campo, nel 2024, sono ripartita da lì con una certezza: sarei tornata. Non sapevo quando, non sapevo come, ma sapevo che sarei tornata.


In questi due anni ho cercato di mantenere vive le relazioni con la CDP, sostenendo campagne e raccolte fondi, cercando di rendermi utile il più possibile anche da qui, per quei bambini. Ho continuato anche a fare videochiamate con alcuni di loro, che con la loro storia, il loro modo di essere e soprattutto il modo in cui riescono a rispondere a un mondo che spesso è stato ingiusto nei loro confronti, mi hanno toccata e segnata per sempre.


E così, anche da lontano, quella casa è continuata a far parte della mia vita.


Quando sono partita per il secondo campo, sapevo di stare tornando in un luogo che conoscevo, ma non sapevo ancora quanto sarebbe stato diverso viverlo per la seconda volta. I primi giorni è stato quasi come essere dissociata dal mio corpo. Non riuscivo a credere di essere davvero lì, in quel luogo che avevo atteso, sognato e immaginato per mesi. A Lima ho iniziato lentamente ad acclimatarmi a quello che è il Perù: i suoi colori, i suoi rumori — a Lima particolarmente forti — gli sguardi, i sorrisi, ma soprattutto le sue contraddizioni. Andare da Maruja e nella periferia di Pamplona mi ha dato nuovamente una scossa. Ma questa volta c’era qualcosa di diverso. Mi sono resa conto che, rispetto a due anni prima, stavo guardando quelle stesse realtà con occhi diversi. I ricordi del primo viaggio sono meno nitidi, più confusi. Questa volta, invece, mi sono sentita più presente, più consapevole, forse più capace di accogliere e metabolizzare quello che stavo vivendo. E poi c’erano quei giorni trascorsi contando le ore che mi separavano dal momento in cui avrei finalmente varcato la soglia di quella casa.

Perché, in fondo, tutto quel lungo viaggio era per loro.


Avevo immaginato quel momento tantissime volte. Sapevo che ci sarebbe stato uno spettacolo bellissimo preparato dai bambini per noi. Per mesi avevo provato a immaginare cosa avrei provato nel rivederli.

Ma niente di quello che avevo immaginato poteva essere paragonato alla realtà.

Rivedere Mary, Vanessa, Carmen e tutto lo staff è stato come tornare a casa dopo un lungo viaggio. Quella casa ha un calore difficile da spiegare. È un calore che non dipende dalle pareti, dagli spazi o da un luogo fisico. È fatto dalle persone, dai sorrisi, dagli abbracci, dalle relazioni costruite nel tempo. È qualcosa che, nonostante i due anni di distanza, ho riconosciuto immediatamente.


E poi ci sono stati loro.

I bambini.


Rivedere negli occhi di alcuni di loro la felicità e volerci leggere dentro un semplice: “Ah, sì, è tornata per noi”, credo sia stato uno dei momenti più belli di tutto il viaggio.

Perché era esattamente questo che volevo.

Volevo che sapessero che ero tornata per loro. Volevo dare importanza a quei bambini. Volevo farli sentire visti, ascoltati, importanti. Volevo che potessero percepire che c’è qualcuno che sceglie di esserci, qualcuno che li guarda e riconosce il loro valore. Perché questi bambini hanno bisogno di essere visti. Hanno bisogno di essere amati, ascoltati, guidati. Hanno bisogno di ricevere tutto quello che, nella loro vita precedente, è mancato loro.


E forse è proprio questo che più mi ha colpita tornando al CAEF: rendermi conto ancora una volta di quanto sia importante esserci. Il CAEF, insieme al suo personale fantastico, lotta ogni giorno per dare a questi bambini ciò che meritano. Per restituire loro qualcosa che gli è stato tolto troppo presto: la possibilità di essere semplicemente bambini.


Di sentirsi al sicuro.


Di essere amati.


Di avere qualcuno che creda in loro.


E in quei giorni ho capito che, nonostante i due anni di distanza, qualcosa tra me e quella casa non si era mai interrotto. Forse perché ci sono luoghi dai quali si può partire, ma che in qualche modo continuano a vivere dentro di noi.


E il CAEF, per me, è uno di quei luoghi.


Sono tornata in Italia, sì.


Ma una parte di me è ancora lì.

Sabrina Varesi

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