Elisa Ramello

Dove il dolore incontra la speranza

Quando ho deciso di partire per il Perù, non immaginavo fino in fondo cosa stavo per vivere. Un mese lontano da casa, immersa in una realtà completamente diversa dalla mia, a contatto con bambini che avevano conosciuto il dolore troppo presto. Alla vigilia della partenza, i sentimenti si accavallavano: la curiosità di scoprire un mondo nuovo, l’entusiasmo di mettermi in gioco, ma anche la paura di non essere pronta ad affrontare certe situazioni. Ora, a distanza di qualche settimana, posso dire che quell’esperienza è stata una delle più forti e trasformative della mia vita.

Il mio viaggio mi ha portata in una delle terre più affascinanti e contraddittorie del Sud America: il Perù. Appena arrivata sono rimasta colpita dai paesaggi, così diversi da quelli a cui sono abituata. Le strade polverose, i colori vivaci dei mercati, i tessuti tradizionali indossati con orgoglio dalle persone, il profumo speziato dei piatti cucinati per strada: ogni dettaglio raccontava una cultura ricca e viva. Da un lato c’era la bellezza sconfinata della natura, con le montagne imponenti e i cieli limpidi, dall’altro la povertà che si poteva toccare con mano. Questa doppia faccia del Perù è rimasta impressa nei miei occhi e nel mio cuore.

La mia esperienza si è svolta all’interno del CAEF, una casa di accoglienza per bambini vittime di violenza da parte delle loro famiglie. Lì ho imparato che “casa” non è solo un luogo fisico, ma un insieme di relazioni che donano sicurezza e speranza. Fin dal primo giorno ho percepito l’energia speciale che animava quel posto: nonostante il dolore delle storie personali, l’atmosfera era carica di affetto, resilienza e desiderio di ricominciare.

Ero insieme ad altri 22 volontari italiani, un gruppo grande e variegato. Alcuni erano più grandi, altri più giovani, ma tutti accomunati dalla stessa voglia di mettersi a disposizione. Insieme abbiamo formato quasi una piccola famiglia, sostenendoci a vicenda e imparando ogni giorno qualcosa di nuovo. A guidarci c’era il personale del CAEF, persone straordinarie che con una dedizione silenziosa e instancabile lavorano quotidianamente per ridare fiducia e dignità a quei bambini. Guardandoli ho compreso cosa significa davvero vivere per gli altri.




 

Le giornate erano scandite da attività semplici ma preziose: giocare, fare sport, studiare, fare piccoli lavoretti, cucinare, ridere insieme. Ricordo il rumore delle risate che riempivano gli spazi comuni, i disegni colorati, le corse nel campo a lato sotto il sole peruviano. Ogni gesto era un’occasione per creare legami, per dare e ricevere affetto.

Alcuni momenti resteranno scolpiti per sempre nella mia memoria: come L., che la prima sera, senza neanche conoscermi, mi chiese di sedermi vicino a lei per cenare insieme e mi cantò la canzone “Tre parole”, dicendomi che gliel’aveva insegnata una volontaria dell’anno passato. Oppure K. e B., che mi fecero dei braccialetti che porto ancora al polso. E poi M., al campamento: per usare un’amaca come altalena in due, abbiamo letteralmente fatto il giro e siamo volati per terra. Contagiati da una risata meravigliosamente spontanea, ci siamo abbracciati come due fratelli fieri di aver fatto una cavolata insieme.

La gioia nel vedere e ascoltare i ragazzi cantare “L’isola che non c’è” in spagnolo è un altro dei ricordi che rimarranno con me per sempre. Non è stato sempre facile. A volte sentivo il peso delle storie che ascoltavo, altre volte la nostalgia di casa si faceva sentire. Ma proprio nei momenti di difficoltà ho scoperto la forza del gruppo: ci sostenevamo a vicenda, ci incoraggiavamo con abbracci e parole, e insieme trovavamo la forza di andare avanti.

Oltre alla vita nella casa, il Perù mi ha regalato esperienze indimenticabili: passeggiare tra le vie delle città, vedere i murales colorati, osservare la vita quotidiana della gente nei mercati, scoprire piatti tipici... tutto questo ha reso la mia esperienza ancora più completa. I paesaggi, con le Ande sullo sfondo e le distese infinite, mi hanno dato una sensazione di libertà e, allo stesso tempo, di piccolezza davanti alla grandezza del mondo.

Col passare dei giorni ho capito che non ero lì soltanto per “donare”, ma anche per ricevere. I bambini, con i loro sorrisi e la loro capacità di rialzarsi, mi hanno insegnato più di quanto io abbia potuto insegnare a loro. Ho imparato che la resilienza non è una parola astratta, ma una forza concreta che si manifesta ogni volta che un bambino trova il coraggio di ridere nonostante il dolore.

Ora che il mese è terminato, sento dentro di me una gratitudine immensa. Porto con me i volti dei bambini, le loro risate, i legami costruiti con i volontari e con il personale del CAEF. Porto il ricordo del cielo bianco e dei tramonti che tingevano di rosso le mura della mia seconda casa. Porto la consapevolezza che ogni persona che ho incontrato ha lasciato in me un segno.

Il Perù non è stato solo un luogo in cui ho fatto volontariato: è stato una scuola di vita. Mi ha insegnato che la vera ricchezza non è materiale, ma nasce dalle relazioni autentiche, dal donarsi e dal lasciarsi trasformare. Non so se io sia riuscita a lasciare un’impronta nei bambini che ho incontrato, ma so che loro hanno lasciato un’impronta profonda in me, che continuerà a guidarmi nel futuro.

Elisa



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