Un ponte verso casa
È difficile spiegare a parole quello che questa esperienza è stata; l’unico modo per comprenderla davvero credo sia prenderne parte ed entrarci a contatto davvero. Ma ci proverò: spero di renderle tutta la giustizia che merita.
È passata poco più di una settimana da quando sono tornata dal Perù, eppure non passa un giorno senza che io pensi a quei bambini. Mi capita di raccontare la mia esperienza a tutte le persone che incontro, quasi come se avessi bisogno di continuare a parlare di quei giorni per sentirli ancora un po’ vicini.
La mia paura più grande è proprio quella di dimenticare: dimenticare i volti, i sorrisi, i pianti e le emozioni che ho provato. Ho paura che il tempo renda sfocati i miei ricordi e che le immagini che ora vedo nitide nella mia mente diventino offuscate.
Prima di partire, e soprattutto nei primi giorni a Lima, mi sono posta spesso una domanda: sono qui per me stessa o sono qui per loro? Non sapevo quale fosse la risposta. Forse, alla fine, non esiste nemmeno una distinzione così netta. Il confine l’avrei creato io, stando lì.
I primi giorni a Lima sono stati impattanti. Mi sono trovata davanti a una realtà diversa da quella a cui sono abituata e, per certi versi, difficile da comprendere. I contrasti che ho visto e che ho vissuto mi hanno lasciato un senso di rabbia e di vuoto che è difficile da spiegare a parole; penso di aver visto l’ingiustizia.
Ma proprio questo confronto con la realtà peruviana è stato importante. Mi ha permesso di guardarla negli occhi, senza filtri. Ho capito che non è tutto rosa e fiori, per quanto uno possa sperarlo e immaginarlo. Mi sono lasciata mettere in discussione. Ed è stato bello, proprio perché non tutto era facile da capire.
Poi sono arrivati i bambini.
Aspettavo l’arrivo al CAEF come ho aspettato poche cose. Avevo sentito mille racconti e mi ero immaginata questo momento per giorni. Arrivare lì dopo un viaggio così lungo e vedere i bambini ballare è stato disarmante. Li avrei guardati per ore: io, ferma e immobile, e loro che saltavano davanti a me con vestiti luccicanti e colorati.
Sono loro ad avermi insegnato più di quanto pensassi possibile. Mi hanno mostrato la resilienza, quella capacità di andare avanti anche quando le circostanze non sono semplici. Ma mi hanno mostrato anche la purezza: nei loro sorrisi, nei giochi, negli abbracci, nella capacità di trovare qualcosa per cui essere felici anche nelle piccole cose.
Con loro ho capito che la luce c’è sempre. E che, così come una luce si può trovare anche nei momenti più bui, spesso una soluzione esiste: bisogna soltanto fermarsi, respirare e cercarla. Condividerla.
In questo viaggio, però, non sono stati importanti soltanto i bambini. Fondamentale è stato anche il rapporto che ho stretto con gli altri volontari. In un’esperienza così intensa, avere accanto persone che sanno ascoltarti, aiutarti e capirti fa la differenza. Sono diventati in poco tempo una piccola famiglia, con cui condividere stanchezza, dubbi, risate, emozioni e momenti che porterò con me.
E poi è arrivato il momento di andare via.
Il tempo alla Casa è volato. Sono successe così tante cose in così poco tempo e io non avevo mai pensato che sarebbe finito. Mi sono sempre immaginata il mio arrivo, ma mai la mia partenza. Mi spaventava dover razionalizzare tutto ciò che il campo era stato.
Credo che sia stato il momento più difficile. Ricordo i bambini con le lacrime agli occhi, che cercavano di non piangere; proprio come me. Quell’immagine mi è rimasta impressa e faccio fatica a raccontarla senza sentire un nodo alla gola. In quel momento ho capito davvero quanto fossero diventati importanti per me e quanto fosse difficile accettare che quella quotidianità, costruita in così poco tempo, stesse finendo.
Mentre partivamo, sono tornata a quella domanda che mi ero fatta prima di partire: cosa succederà quando ce ne andremo?
Noi siamo stati solo di passaggio. Siamo arrivati, abbiamo condiviso un pezzo di vita con loro e poi siamo ripartiti. A noi aspettava la nostra vita in Italia. Il Perù, forse, può essere considerato un capitolo; per loro, invece, la vita era quella lì. Per loro, quello è l’intero libro.
E forse è proprio questo uno degli aspetti più difficili da accettare: sapere che la nostra presenza aveva un inizio e una fine. Che il tempo non è infinito.
Spero però che, al di là delle emozioni e dei ricordi, sia rimasto qualcosa di concreto. Un aiuto, un cambiamento, qualcosa che possa continuare anche dopo la nostra partenza. Perché credo che il senso di un’esperienza come questa non sia soltanto quello che ci portiamo a casa, ma anche quello che riusciamo a lasciare.
La continuità: un ponte tra noi e loro, costruito ogni giorno, mattone dopo mattone.
Io, di sicuro, sono tornata con molto più di quanto pensassi.
Sono tornata con una nuova consapevolezza, con domande a cui forse non ho ancora trovato risposta e con tanti piccoli ricordi che continuano a riaffiorare nelle mie giornate.
E soprattutto sono tornata con loro.
Non passa un giorno senza che io pensi a quei bambini, a ciascuno di loro. Continuo a raccontare di loro, della loro forza, dei loro sorrisi e di quello che mi hanno insegnato. Forse perché raccontare questa esperienza è il modo che ho trovato per non lasciarla andare del tutto.
Sono partita chiedendomi se fossi lì per me o per loro.
Oggi penso che, in qualche modo, la risposta sia: per entrambi. Ma non ha così importanza il “per chi” io sia partita. L’importante è che io l’abbia fatto; e ne sarò eternamente grata.
E anche se noi siamo stati soltanto di passaggio, alcuni incontri riescono a restare. E io mi accorgo che il desiderio di tornare aumenta. Ci penso già, più spesso di quanto avrei immaginato.
Vorrei tornare per rivederli, per riabbracciarli, per ritrovare quei sorrisi che mi sono rimasti dentro. Ma soprattutto vorrei poterli vedere crescere, sapere come saranno tra qualche anno, quali saranno i loro sogni, cosa avranno imparato e chi diventeranno.
Forse è strano pensare già a un nuovo ritorno quando sono passate così poche settimane da quando sono tornata a casa. Eppure, sento che questa esperienza non è qualcosa che voglio semplicemente conservare come un bel ricordo. Vorrei continuare a farne parte. Nel mio piccolo.
Perché, forse, il ponte l’abbiamo costruito e rimane aperto. Sempre.
Spero davvero che questo non sia stato il mio ultimo passaggio, ma il primo.
Eleonora







Eleonora Vaudagna