APAPACHAR
Se mi chiedessero di definire la parola apapachar lo farei attraverso questa esperienza. È un termine, di origine antica, che significa letteralmente "abbracciare con l'anima". Prima di partire, non ero a conoscenza di questo concetto; oggi, invece, è il riassunto esatto di un capitolo della mia vita che mi ha permesso di crescere e riscoprimi.
Il Perù mi ha permesso di toccare con mano un altro tipo di sofferenza. C'è un dolore sordo e profondo nel conoscere le storie di questi bambini. Ascoltarle richiede coraggio, perché sono racconti di mancanze, di ostacoli, di infanzie che spesso devono crescere troppo in fretta. Eppure, la cosa che mi ha colpito di più è stata scoprire come quelle storie, se ascoltate davvero, arrivassero a fare eco dentro ciascuno di noi volontari, intrecciandosi inevitabilmente con le nostre fragilità. Ho capito che fare questa esperienza non significava andare a "salvare" qualcuno, ma piuttosto intraprendere un viaggio per conoscere meglio me stessa. L'obiettivo era provare a portare un piccolo raggio di luce ai bambini, offrire loro un senso di speranza in un contesto complesso, ma la verità è che, spesso, ero io a ricevere quella luce.
Spesso per me era più facile scattare delle foto per cogliere gli attimi. Attraverso l'obiettivo della mia macchina fotografica riuscivo a creare una giusta distanza per non farmi travolgere, congelando l'istante per poi, nel silenzio della sera, provare a rivivere e decifrare le sensazioni provate. Fotografare era il mio modo di trattenere la bellezza per non farla scivolare via.
È in questa cornice di contrasti che ho sperimentato il vero significato di apapachar. Mi sono sentita abbracciata costantemente, senza essere stata per forza abbracciata fisicamente. Mi bastava sentirli ridere, o vederli sorridere, per sentirmi avvolta da un calore immenso. Quanto questa cosa mi scaldasse il cuore è impossibile da descrivere a parole: era una forte energia. Stando con loro ho imparato ad ascoltare una lingua nuova, scoprendo che anche nel silenzio c'è rumore. Un rumore vitale, fatto di sguardi complici, di presenze silenziose che ti chiedono di restare, di mani che si sfiorano per caso.
Un'esperienza del genere non si limita a farti viaggiare nello spazio, ti fa viaggiare nell'anima e ti regala un paio di occhi completamente nuovi con cui guardare il mondo. Prima di partire, la mia vista era offuscata dalla fretta, da preoccupazioni quotidiane, da quei problemi che, visti da laggiù, si sono sgretolati rivelando la loro vera natura: semplici inconvenienti. Quando i tuoi occhi incrociano quelli di un bambino a cui manca tutto tranne la capacità di amare, le tue priorità si capovolgono in un istante. Inizi a spogliare la realtà da tutto ciò che è superfluo. Le cose materiali perdono improvvisamente il loro fascino e lasciano spazio a un bisogno disperato di autenticità. Guardi il mondo e vedi quanto è profondamente ingiusto, certo, ma vedi anche una resilienza feroce, una forza vitale che pulsa proprio lì, dove sembra esserci solo vuoto. Da questa esperienza torni a casa e non dai più nulla per scontato. E soprattutto, guardi gli altri con una sensibilità diversa: impari a cercare l'umanità oltre le apparenze e ti accorgi di non avere più tempo né spazio per la superficialità.
Questo viaggio ti mette a nudo. Ti permette di crescere, di abbattere le tue sovrastrutture e di scoprire aspetti di te che, forse, prima tenevi rigorosamente nascosti per paura del giudizio. A casa, nella mia quotidianità, a volte sentivo il peso di dover sembrare forte, nascondendo la mia emotività per il timore di essere considerata fragile, o temendo di risultare banale nelle mie passioni. Lì, invece, mi sono ritrovata a ballare in modo goffo, a cantare stonando, a intrecciare braccialetti seduta per terra sporcandomi i vestiti, lasciando cadere ogni maschera. Non mi importava più di essere giudicata o di sembrare perfetta; mi importava solo di esserci.
Mi sono scoperta infinitamente vulnerabile. Le emozioni emergevano in qualsiasi situazione, prepotenti, senza filtri, e molte volte non riuscivo a contenerle, né ero in grado di dare un nome. Questa esperienza ti mette a dura prova, ti fa uscire dalla tua zona di comfort e ti fa fare i conti con te stessa.
E tutto questo si amplifica quando non sei sola. Vivere 24 ore su 24 con altre persone, con gli altri volontari, è quanto di più difficile ma allo stesso tempo viscerale ci possa essere. Il lavoro di squadra è tutto; è vitale per convivere, per superare le stanchezze, per non crollare quando la giornata è stata particolarmente scura. Con loro si creano dinamiche intense. Si diventa quasi una famiglia. Non sono i rapporti leggeri che spesso si vivono nella frenesia della città; sono legami radicati nel profondo, forgiati dall'aver visto l'anima dell'altro spogliata da ogni difesa. Abbiamo condiviso il sonno perso, le paure, i dubbi e le gioie immense. In quei giorni, quando sentivo che il peso emotivo di ciò che vivevamo era sul punto di schiacciarmi, anche solo una pacca sulla spalla da parte di uno di loro, in un momento di difficoltà, mi rincuorava. Era un gesto silenzioso che diceva: "Ti capisco, sono qui, andiamo avanti insieme".
Eppure, ho capito che questa esperienza di crescita non è avvenuta solo chiusa tra le quattro mura della casa con i bambini. È successa anche fuori.
Uscire e vivere il Perù, scoprire i suoi posti e la sua cultura.
Penso a quando siamo andati a visitare la huaca e i posti lì intorno: non è stata la solita gita turistica, ma l'occasione per entrare davvero in contatto con la cultura peruviana.
E poi ci sono stati i viaggi, le ore passate incastrati in macchina o sui pullman per spostarci. Quei momenti si sono rivelati preziosissimi, perché mi hanno permesso di parlare e conoscere gli altri volontari che stavano condividendo la mia stessa esperienza ognuno a modo proprio sulla base dei propri vissuti. Tra una chiacchierata, una risata e la stanchezza del viaggio, i nostri legami sono diventati ancora più forti.
Infine, c'è stato il surf che mi è servito per staccare un attimo la spina da tutto il carico emotivo accumulato in quei giorni.
Oggi, provo a guardare il mondo con occhi diversi. La superficialità ha meno spazio. E se chiudo gli occhi, sento ancora quel rumore nel silenzio. Rivedo e sento, i sorrisi e le urla di gioia dei bambini, i volti dei volontari e di tutto l’equipe della casa.
Ho messo per iscritto tutto questo con la speranza che il mio vissuto possa arrivare, almeno in parte, a chi mi ascolta. Ma la verità è che, per quanto io possa sforzarmi di scegliere le parole più adatte, finché non lo si vive sulla propria pelle non si riuscirà mai a capire a pieno la portata di ciò che si prova. Per questo, se c'è un messaggio finale che vorrei lasciare, è un invito: partite. Buttatevi, sporcatevi le mani, mettete in discussione le vostre certezze e lasciatevi stravolgere. Perché vi assicuro che, anche se all'inizio fa paura fare quel salto, quell' apapachar vi cambierà.
Eleonora






Eleonora Tutucci