Claudia Chessa

Ciascuno cresce solo se sognato

Provo a raccontare la mia esperienza nella Casa de Tuty dopo una settimana dal rientro in Italia.

Gli eventi erano tanti da digerire e processare.  Le emozioni ancora troppo confuse e impastate per capirle. Quando qualcuno mi chiede se mi sono divertita in Perù non so bene cosa dire. Infatti rispondo che è stato un viaggio impegnativo, faticoso ma sicuramente arricchente, ma non ero di certo in vacanza. Qualcuno particolarmente curioso mi chiede cosa mi sia piaciuto di più del Perù. E lì non ho nessun dubbio: i bambini del Caef.

Dietro ogni volto, ogni sorriso, ogni sguardo c’era una storia incredibile. Storie che toccano nel profondo, che mi hanno squarciato il petto quando Mari ne ha raccontate alcune durante i primi due giorni di formazione. La prima settimana avevo un continuo nodo in gola.  

Dopo avere passato i primi giorni a Lima, alla scoperta dell’immensa periferia polverosa, sotto un cielo bianco, intontiti dal caos delle strade, la Campiña de Moche a confronto era un paradiso di tranquillità, dove almeno rivedevamo la luce del sole e degli abitanti della casa.

Perché dopo avere conosciuto alcuni bambini di Lima, avevamo ben chiaro quale poteva essere il contesto da cui arrivavano molti ospiti del Caef.

Quelle scene che vedi, quelle storie che ascolti ad un certo punto riesci a metterle da parte, perché tutto passa in secondo piano quando si vive una nuova quotidianità. Perché le giornate di agosto al Caef corrono veloci, a ritmo serrato, piene di eventi, feste, celebrazioni, giochi, compiti, sport, creatività.

Catapultati in quella realtà non ho visto occhi tristi e smarriti come nei bambini di qualche giorno prima. Non ho percepito degrado o disagio sociale, tutt’altro. Ho respirato dignità, resilienza, coraggio e cura.

E questo grazie al lavoro di donne straordinarie che ho avuto il privilegio di vedere all’opera.

Grazie a Mari, la “directora”, con la sua professionalità, passione ed ironia riesce a rendere semplice e chiaro ciò che non lo è per niente. Vanessa, la psicologa, se da un lato ha una carica fuori dal comune quando entra dentro al cerchio e fa muovere, giocare e ridere tutti con le sue filastrocche irresistibili, dall’altro è di una gentilezza e risolutezza nel momento in cui deve riportare la calma dentro ogni bimbo in crisi. Il suo ufficio è sempre aperto per grandi e piccini, come le sue braccia, pronte ad accogliere la tristezza di chiunque. Carmen, la responsabile dell’educazione, con occhi di ghiaccio e sorriso aperto e tenero, ha la capacità di placare gli animi irrequieti dei più scalmanati.

In effetti questo viaggio mi ha dato la possibilità di conoscere tante donne che mi hanno commosso nel profondo. La cuoca della casa, Lily, una donna mite e silenziosa, ma che con lo sguardo diceva mille parole. I suoi picarones, cucinati con l’aiuto di sua madre per los italianos sono stati una coccola che mi ha riportato alla mia infanzia, a quando mia madre faceva le frittelle. L’odore era lo stesso.

Ma vorrei ricordare anche alcune donne incontrate a Lima, come le madri cuoche del comedor popular Virgen de Andacolloc che ogni giorno cucinano per i bambini di uno dei quartieri più poveri di Pamplona. E ancora Daniela e Maruja, due splendide settantenni coraggiose e inarrestabili, che hanno dedicato la loro vita ad aiutare i bambini delle periferie.

Quando sono partita il mio intento era quello di rendermi utile, il più possibile, non sapevo bene come e se ci sarebbe stato abbastanza spazio per tutti, considerato che la squadra era molto numerosa e competente.  Perciò mi sono messa in ascolto. Le giornate erano scandite dal “rote” ossia da un sistema a turnazione dove i bambini, suddivisi per fasce di età, cambiavano attività ogni ora.  Noi volontari siamo stati divisi in quattro gruppi in base alle nostre competenze, talenti e caratteristiche.





 

Io ho lavorato nel fantastico gruppo accademico perché in Italia lavoro come insegnante. I primi giorni sono stati dedicati all’osservazione e alla conoscenza dei vari ragazzi e bambini. Abbiamo potuto sperimentare con attività di scrittura creativa il tema del sogno e ci siamo lanciati nella lettura di “El Principito”.  Adoro il libro di Antoine de Saint-Exupéry perché ogni volta mi regala nuove verità e molte emozioni. Tanto che una mattina mi sono commossa mentre spiegavo ai ragazzi il concetto di addomesticamento che la volpe spiega al suo amico principe. Mentre ne parlavo e guardavo gli occhi di N. mi sono resa conto che quel processo stava avvenendo proprio in quel momento, da entrambe le parti. Che nel giro di una settimana saremmo andati via e avremmo portato con noi il ricordo di occhi neri profondi e di vocine lamentose nelle orecchie che ci avrebbero fatto sorridere e provare nostalgia. Mi chiedo che tipo di segno lasciamo noi in queste piccole volpi, che rimangono nel loro mondo e vedono passare gli ennesimi italiani che giocano con loro e poi vanno via. Tutto sommato credo sia un segno positivo, anche se relativamente momentaneo.

Spero che il nostro lavoro accademico di recupero e aiuto compiti sia stato produttivo per alcuni, se non per tutti. Mi ha piacevolmente sorpresa la volontà di migliorare, la tenacia e la costanza con la quale alcune ragazze si applicavano in ogni attività, sia di studio che di formazione. Altri invece avevano grosse difficoltà, dovute a lacune accumulate in anni di scarsa o inesistente frequenza scolastica. Con loro si lavorava il più possibile in rapporto uno a uno.

 Non solo. Da quello che ho potuto apprendere del sistema scolastico peruviano, si evidenzia anche in questo campo una forte disparità, tra chi può permettersi di pagare certi servizi e chi no. L’inclusione purtroppo è un concetto ancora lontano e semisconosciuto dai governanti e dagli operatori di settore. Basti pensare che il “maestro sombra”, ossia l’insegnante di sostegno, è un servizio a carico delle famiglie e non dello stato. Perciò bimbi come J.P. vengono esclusi perché sono considerati troppo difficili da gestire in classi pollaio di 30/40 alunni. Ma per fortuna non nella Casa de Tuty.

J.P.: la mia croce e la mia delizia. Una sera, durante una condivisione dopo una giornata particolarmente faticosa, mi assale un attacco di ridarella incontrollata perché la maggior parte dei volontari aveva un aneddoto da raccontare che riguardava proprio lui, quell’animaletto selvaggio; me compresa, perché durante quella che doveva essere ora di lezione, lui letteralmente masticava il suo calzino non propriamente pulito e rideva come un matto. 

J.P., che al campamento non partecipava mai a un gioco, ma si avvicinava solo quando stavamo vincendo o era il suo turno o il momento delle caramelle.

J.P., che mi fa gli scherzi e io ci casco sempre.

J.P., che guarda con me la luna e dopo un attimo di meraviglia richiama gli altri bambini e inizia ad ululare.

J.P., che si siede con me per un’ora intera e svolge tutte le attività che gli propongo perché finalmente ho trovato la chiave per tenerlo focalizzato.

J.P., che mi aspetta davanti alla porta e mi chiede “Profe, facciamo i compiti?”

Termino con una frase del poeta Danilo Dolci che ho riletto proprio oggi e che riguarda il tema del sogno, il filo conduttore di quest’anno: ciascuno cresce solo se sognato.

Ognuno di noi ha la possibilità di crescere bene solo se visto, accudito, educato, immaginato.

E il Caef lavora proprio per questo, si sogna insieme un futuro migliore, si costruisce giorno per giorno una seconda possibilità.

Non si sogna solo il meglio per i bambini, no. Una volta dentro, c’è il rischio di iniziare a sognare, a desiderare qualcosa anche per se stessi.  Anche gli adulti, operatori o volontari, sono bambini un po’ cresciuti: nonostante facciano finta che tutto sia perduto, nel profondo non hanno mai smesso di sperare nel cambiamento, in un futuro più umano e amorevole.

Claudia

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