L’imprinting di un amore senza confini
Mi chiamo Arianna, ho 30 anni e vengo da Roma. Quest’estate ho avuto l’opportunità di partire come volontaria con la Compagnia del Perù, per un’esperienza che non ha cambiato solo il mio modo di guardare il mondo, ma soprattutto il modo in cui guardo me stessa.
La decisione di partire è nata quasi per caso, durante una cena con i miei coinquilini. Stavano raccontando le loro esperienze di volontariato e, tra le varie mete, è uscito il nome di un Paese lontano: il Perù. Nessuno di loro ci era mai stato, ma in quell’istante ho sentito come un richiamo, una voce silenziosa che mi diceva: “Vai, lì ti aspetta qualcosa”. Non sapevo cosa, ma sentivo che non potevo ignorarlo.
Sono partita il 28 luglio, il giorno dopo il mio trentesimo compleanno. Non so se fosse un caso, ma l’ho vissuto come un segno: non una fine, ma l’inizio di un nuovo capitolo. Non una festa, non un regalo materiale, ma un viaggio che mi avrebbe trasformata.
Quando siamo arrivati al CAEF, a Trujillo, non sapevo cosa aspettarmi. Quella sera i bambini ci accolsero con degli spettacoli, e fu allora che la vidi per la prima volta: Y. Piccola, con due occhi neri profondi e un sorriso contagioso. Ci siamo guardate un attimo, lei è corsa da me e mi ha abbracciata. Un gesto semplice, ma che ha segnato tutto il resto del mio viaggio. È stato un imprinting: un incontro che non nasce dalla testa, ma dall’anima.
Da quel momento è nato un legame speciale. Non era solo affetto, era complicità, riconoscersi senza bisogno di parole. Giocavamo, ridevamo, a volte bastava stare vicine in silenzio. Un giorno mi ha chiesto: “¿Tú eres mi madrina, verdad?”. In quel momento ho capito che mi aveva scelta, senza esitazioni, e quel gesto ha dato senso a tutto il mio essere lì.
Con lei ho scoperto molto di me. Guardandola nei suoi silenzi, nelle sue ferite invisibili, ho rivisto parti della mia vita che avevo sempre tenuto lontane. Ho sempre pensato che stare a contatto con il dolore fosse una debolezza, ma i bambini del CAEF mi hanno insegnato che non è così: il dolore non ci definisce, è una cicatrice che ci accompagna, ma non toglie valore a chi siamo. Anzi, ci rende più veri. Attraverso Y. ho capito che la vulnerabilità non è fragilità: è un ponte che ci permette di incontrarci davvero.
Negli ultimi giorni sentivo già il peso della separazione. Una sera, mentre uscivo, lei mi ha abbracciata forte e mi ha detto: “No te vayas”. Quelle parole mi hanno trafitto. E ricorderò per sempre una notte in cui, io e un’altra volontaria, Martina, la trovammo in lacrime, immobile, con lo sguardo perso nel vuoto. Cercavamo di consolarla, e quando finalmente si è lasciata prendere in braccio, le è scappato un piccolo ruttino. Abbiamo riso tutte e tre, e quella risata ha spezzato il dolore. È stato il segno che, almeno per un attimo, lei aveva sentito che non era sola.
L’ultimo giorno è stato il più difficile. L’ho stretta forte e le ho detto “Te quiero”. Lei mi ha risposto: “Te quiero muchísimo Arianna… no te vayas”. Sapevo che non potevo restare, ma anche che quel legame non si sarebbe spezzato. Sono salita sull’autobus con le lacrime che mi rigavano il viso, lasciando dietro di me non solo i bambini e quel luogo, ma una parte del mio cuore.
Questo campo non si conclude ad agosto: continua dentro di me, ogni giorno. Mi ha insegnato che il dolore, se accolto, può trasformarsi in amore e in forza. E che la vera trasformazione nasce quando ci lasciamo toccare nelle nostre vulnerabilità più profonde.
Grazie al Perù, che mi ha accolta come una madre antica, facendomi sentire a casa pur essendo lontanissima dalla mia.
Grazie al CAEF, che mi ha mostrato che dalle ferite può nascere nuova vita.
Grazie a Padre Alessandro, che con fiducia mi ha dato lo spazio per accompagnare i bambini anche a livello psicologico, insegnandomi che la vera forza sta nel prendersi cura delle cicatrici invisibili.
Grazie a Titti, guida luminosa e sorella maggiore, che mi ha insegnato che accompagnare significa camminare insieme, mai davanti né dietro.
E soprattutto, grazie a Y., che con il suo abbraccio spontaneo ha acceso in me una scintilla nuova. Da lei ho imparato che la vulnerabilità è il luogo più autentico in cui nasce l’amore: puro, profondo, incondizionato. Un amore che non conosce distanze né addii.
Arianna
