Día 9 - La forza della gentilezza

La mia mattina inizia un po’ come tutte le mattine qui al CAEF. Mi sveglio con il vociare dei bambini in sottofondo, scendo dal letto ancora un po’ assonnata e mi avvio verso la parte della casa dove iniziamo la giornata tutti insieme.

Lungo il corridoio passo davanti alle camere dei bambini. C’è chi dorme ancora, chi aiuta gli altri a prepararsi, chi invece fa un po’ di resistenza e ha bisogno di essere incoraggiato. È un piccolo spaccato della vita quotidiana, fatto di gesti semplici che ormai iniziano a diventarmi familiari e dei quali, soprattutto, durante quest’anno ho sentito la mancanza.


Quando arrivo, mi siedo con gli altri volontari per la riflessione mattutina. Oggi parliamo della gentilezza, di quella gentilezza che non è debolezza, ma una forza che nasce proprio dalla nostra fragilità. Ascolto i racconti dei miei compagni di viaggio e, come spesso accade, mi ritrovo a riflettere sulla mia vita.


Penso a quanto poco sappiamo delle persone che incontriamo. Ognuno porta con sé un bagaglio di difficoltà, ferite e fatiche che spesso non vediamo. E allora mi ricordo che essere gentili è una scelta importante, forse ancora più importante proprio perché non sappiamo cosa sta vivendo chi abbiamo davanti.


Facciamo colazione tutti insieme, in tranquillità, e poi arriva il momento dei giochi. È il mio momento preferito della giornata.


Elisabetta, Stefano e Federica radunano i bambini e animano i giochi. Ognuno mette a disposizione quello che sa fare e, quando qualcuno ha bisogno di una mano, subito interviene un altro. È proprio in questi momenti che sento più forte l’unità di questo campo. Ci siamo noi, ci sono i bambini, poi arriva anche Mary e c’è il CAEF. Ridiamo, giochiamo, balliamo e ci divertiamo tutti insieme.


Poi arrivano i turni e il lavoro in gruppo con i bambini. Io sono nel gruppo accademico. Le attività le avevamo programmate la sera prima, ma qui, come al solito, la realtà riesce a cambiare tutti i nostri piani.


Della mattinata mi rimangono soprattutto alcuni sguardi e alcune emozioni.


Penso agli occhi di E., scuri e profondi, che mi guardano interrogativi quando gli faccio qualche domanda in spagnolo. Uno sguardo che dice molto più delle parole.


Penso anche a S. e al suo bisogno di coccole. Dopo aver pianto a lungo perché non voleva fare i compiti, si avvicina a me con la sua faccina curiosa e si siede in braccio. Vuole solo essere consolato. In un attimo, il compito, la fatica e il capriccio passano in secondo piano. Rimane solo quel bisogno semplice e universale di sentirsi accolti.


Vanessa, la psicologa, vede la scena e mi sorride dolcemente. È sempre pronta ad aiutarci e a sostenerci in qualsiasi momento. Anche la sua presenza, discreta ma costante, mi ricorda quanto sia importante non essere soli nell’accompagnare questi bambini.


Arriva il momento del pranzo, tutti insieme, e subito dopo riprendono i turni. La giornata continua ad alternare fatica e gioia. C’è la fatica di quando i bambini non rispondono come vorremmo alle attività, quando quello che avevamo immaginato non funziona e dobbiamo ricominciare da capo.


E poi c’è la gioia.


La gioia di vedere F., B. e R. esporre con fierezza davanti alla classe i racconti su cui avevano lavorato. Li guardo e mi sembra incredibile pensare a come erano la prima volta che li ho conosciuti.


In loro oggi riesco a vedere il frutto di un lavoro fatto di amore paziente, di presenza e di accompagnamento. Il lavoro del CAEF si vede anche in questo: nei piccoli passi, nei cambiamenti che forse da fuori sembrano insignificanti, ma che qui acquistano un valore enorme.


Alla fine dei turni partecipo a una preghiera che R. ha chiesto specificamente ad Alessandro per lei. Vuole essere benedetta.


Mi commuove la ricerca di Dio che vedo in questi bambini. Mi commuovono le loro preghiere durante la messa serale, perché quando pregano hanno sempre un pensiero per gli altri: per chi è più fragile, per chi è più debole, per chi ha bisogno.


E allora mi tornano in mente le parole della riflessione del mattino:


Solo chi ha conosciuto il dolore può veramente conoscere la gentilezza.


Guardando questi bambini, penso che forse loro incarnino proprio questo concetto. Hanno conosciuto la fatica e il dolore, ma proprio per questo sanno riconoscere il bisogno dell’altro.


E, a modo loro, mi stanno insegnando che la gentilezza non è qualcosa di piccolo. Non è debolezza. È una forma di forza.


Una forza che qui al CAEF vedo ogni giorno, nei gesti più semplici, negli sguardi, nelle coccole, nelle risate e persino nelle difficoltà. E forse è proprio questa una delle cose che sono tornata qui a ritrovare.


Martina


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