Día 6 - APAPACHAR.

Oggi è stata la prima vera giornata intera qui al Caef. Sono alla mia terza esperienza di campo qui (la quarta, se contiamo il campo fatto online durante il Covid, con video inviati dall'Italia e video-risposta dei ragazzi da qui). Lo specifico perché, per quante volte sia già stata qui, non smetto mai di imparare qualcosa di nuovo. Mi sento, contemporaneamente, come se non ci fossi mai stata e come se questo posto fosse sempre stato parte di me. Non so spiegarlo meglio di così e forse è proprio questo il punto.


La prima giornata al Caef è dedicata alla formazione, serve a noi volontari per entrare in punta di piedi nella vita dei bambini che abitano la Casa de Tuty. Mari, la direttrice della casa, Vanessa, la psicologa, e il resto dello staff educativo ci dedicano tempo, ci raccontano come portano avanti il loro lavoro e ci offrono alcune linee guida per affrontare al meglio le attività di questo mese. E poi, come da tradizione peruviana, puntuale ogni anno,  arriva quel momento in cui il programma che avevamo preparato e ripensato per mesi viene completamente rivoluzionato. 

Noi arriviamo con tabelle, gruppi, idee e una discreta illusione di avere tutto sotto controllo; il Caef, con molta serenità, ci ricorda che la realtà ha sempre l'ultima parola. Ormai ci aspettiamo questo momento quasi con affetto: è il piccolo rito d'iniziazione del campo. Arriviamo convinti di avere un piano, ripartiamo con un piano completamente diverso. E, stranamente, funziona sempre meglio del nostro.


Come dicevo, conosco questa realtà da tanti anni, ma ogni volta che mi fermo a pensarci mi commuove il messaggio di speranza e di riscatto che emerge da questo luogo. Perché il Caef fa una cosa tanto semplice da sembrare quasi impossibile: salva vite.


Le salva con un lavoro educativo quotidiano, paziente, spesso invisibile agli occhi di chi guarda da lontano. Un lavoro reso possibile dall'impegno instancabile dello staff del Caef e dal sostegno della Compagnia del Perú e dei suoi donatori.


Questo "salvare vite" prende forma in un progetto educativo preciso, che coinvolge i bambini e i ragazzi ospiti della Casa de Tuty, ma anche la comunità che vive accanto a loro. E, se c'è una cosa che continua a colpirmi ogni volta che torno qui, è proprio quanto questo intervento sia tangibile.


Vedo con i miei occhi bambini trasformati. Bambini che, quando sono arrivati qui, erano stati privati persino degli strumenti più elementari per stare al mondo. Alcuni avevano difficoltà perfino a comunicare nella propria lingua, a esprimere ciò che provavano, a relazionarsi con gli altri, a vivere una comunità. Oggi sono ragazzi capaci di comunicare, di riconoscere e affrontare le proprie emozioni, di accogliere l'altro e, soprattutto, di riconoscere nell'altro le stesse fragilità che un tempo appartenevano a loro.


Ripensando a questi bambini trasformati, mi torna in mente una parola che abbiamo scoperto oggi durante la formazione, e che dà il titolo al blog di oggi: apapachar. È una parola che affonda le sue radici nella lingua indigena náhuatl e la traduzione più bella che abbiamo sentito è "abbracciare l'anima". Non descrive un gesto fisico, ma un'intenzione: esserci davvero, accogliere qualcuno nella sua fragilità, farlo sentire visto e custodito.


Forse è proprio questo che fa il Caef ogni giorno: abbraccia l'anima dei bambini e dei ragazzi che incontra. C'è, con una presenza paziente e fedele, anche quando i risultati non si vedono subito. E forse è da lì che cominciano tutte le trasformazioni di cui parlavo prima.


Essere parte di questo progetto fa sentire un piccolo ingranaggio di una macchina molto più grande. Una di quelle macchine che non fanno rumore, non finiscono sui giornali e non promettono miracoli. Semplicemente, ogni giorno, cambiano in meglio il destino di qualcuno.


Elisabetta



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