Día 4: Un día conmigo, ver con mis propios ojos

Ciao a tutti, sono Eleonora e vi scrivo alla fine del mio terzo giorno qui in Perù. Vivere questa esperienza come volontaria mi sta permettendo di sentire le mie emozioni, e la giornata di oggi non ha fatto eccezione. Tutto è iniziato nel modo più semplice come ogni singola mattina: una buona colazione tutti insieme, è grazie a questi momenti anche di svago che ci permette di entrare in contatto tra di noi.

Dopo una buona colazione ci siamo avventurati nella storia di Lima, visitando il Museo del Sito Archeologico di Huaca Pucllana. La cosa che mi ha fatto sorridere è come l'hanno scoperta: verso la fine del Novecento, una moto è andata a sbattere contro un muro ed ecco spuntare un sito archeologico! Nei primi anni l'ingresso era gratuito, poiché il Perù era piegato dal terrorismo.


Ascoltando la guida, mi sono persa a guardare come è costruito il tempio. Niente mattoni in orizzontale, ma pietre messe in verticale. Il motivo? In un paese sismico come questo, la struttura doveva potersi muovere in modo ondulato durante i terremoti per non crollare.

Mi ha colpito molto scoprire i loro riti funebri. Immaginate questa scena: il sacerdote che rompe un vaso pieno di chicha (un succo di mais nero) e il liquido che scorre fino al fiume. I morti venivano sepolti in posizione fetale, ricoperti da un mix di acqua e terra, e mummificati. Per quanto fosse una società di pescatori e coltivatori, solo i capi (che venivano seppelliti in alto) avevano il privilegio di riposare all'interno della piramide, in una fossa insieme a moglie, marito e un alpaca! Il resto del popolo veniva sepolto alla base.


Abbiamo anche fatto un giro nell'orto del sito per capire cosa coltivassero. Ho scoperto un sacco di cose curiose: usavano le carrube come medicina per la gola (visto che per comunicare da lontano dovevano urlare tantissimo!), ho visto l'egg fruit, che aperto sembra davvero un uovo sodo. Poi c'era la yuca, che un tempo usavano per leggere il futuro e oggi per fare alcol, piante allucinogene e, finalmente, ho imparato a distinguere un alpaca da un lama attraverso un gioco di dita. La natura era così centrale per loro che persino le divinità avevano sembianze animali; usavano colori accesi (estratti anche da aloe e alcol) che richiamassero l'ambiente circostante per mimetizzarsi. Persino i vestiti raccontavano chi eri: righe orizzontali e scolli dritti per i lunghi abiti delle donne; righe verticali e scollo a V per le tuniche al ginocchio degli uomini.


Un altro aspetto che mi ha colpito è il fatto che è una  società fieramente matriarcale. La donna era venerata perché era l'unica, biologicamente, a poter mandare avanti la civiltà. Questa venerazione aveva un lato oscuro: se una madre moriva, facevano un sacrificio umano per accompagnarla, potevano persino sacrificare dei bambini. Era considerato una "perdita minore" rispetto a una bambina, che un giorno avrebbe potuto generare la vita.


Ascoltare questa cosa mi ha fatto riflettere. Ma la cosa assurda, il vero paradosso che mi ha lasciato stupita, è che pur avendo queste pratiche, erano una cultura  pacifista. Non è mai stata trovata arma o un elmo negli scavi. Come fa un popolo, che viene persino conquistato, a mantenere un'identità così pacifista? È un pensiero che mi porterò dietro che può essere un pensiero di riflessione anche per voi!


Dopo un pranzo tutti insieme, nel pomeriggio siamo tornati in albergo per la Messa e per prenderci un momento solo nostro. Ci siamo fermati a riflettere su questi tre giorni a Lima rispondendo a quattro domande belle toste:

* Perché sono qui?

* Cosa desidero da questa esperienza?

* Cosa sento in questi primi giorni?

* Di cosa sento il bisogno (e magari non oso chiedere)?


Non starò qui a raccontarvi cosa hanno detto i miei compagni di viaggio. I loro confini e la loro vulnerabilità è importante rispettarli, soprattutto perché fino a tre giorni fa non ci conoscevamo nemmeno. Ma vi dico cosa mi è rimasto addosso: un nodo allo stomaco. Un nodo positivo. Ho sentito fisicamente che questo gruppo è uno spazio sicuro, capace di accogliere i vissuti e le fragilità di ognuno di noi. Se devo scegliere delle parole per chiudere questa giornata, scelgo speranza e gratitudine. Gratitudine per questi fili invisibili che, mano a mano, si stanno intrecciando tra di noi.


E domani... si fa sul serio!

Mentre scrivo queste ultime righe sento l'adrenalina che sale. Sono elettrizzata, perché domani il viaggio entra nel vivo! Lasceremo Lima e arriveremo finalmente alla "casa".

Raggiungeremo il posto per il quale siamo effettivamente partiti, pronti a incontrare i bimbi.


A domani!

Eleonora T.

Il senso di speranza


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