Dia 25 - Dove ho trovato casa

Eccomi qui, seduta sul sedile del pullman che ci riporterà a Lima, cercando di trattenere le lacrime e, soprattutto, di mettere un po’ d’ordine nella mia testa.

Venti giorni. Venti giorni pieni di emozioni a cui, ancora oggi, non sono completamente in grado di dare un nome. Se c’è però una cosa di cui sono certa, è che non sono più la stessa ragazza che, venti giorni fa, varcava per la prima volta la porta della Casa De Tuty.

Ma facciamo un passo indietro, perché sono sicura che vorrete sapere qualcosa della giornata di oggi.

Questa mattina non è stata la sveglia a tirarmi fuori dal sonno. Non sono stati i famosi galli, le voci dei bambini o quelle degli altri volontari. Ho aperto gli occhi con fatica, un po’ perché ero stanca e un po’ perché sapevo bene che quella sarebbe stata l’ultima volta che mi sarei svegliata in quella stanza, circondata da quei rumori che, giorno dopo giorno, erano diventati familiari.

Sono scesa dal letto, mi sono lavata e, insieme a Leti, sono andata a fare colazione in cucina, dove c’era già qualcuno sveglio.

Poi sono tornata in camera, con una strana pesantezza addosso: era arrivato il momento di fare le valigie. E fare le valigie significava rendersi conto, una volta per tutte, che stavamo davvero per andare via. Ogni vestito piegato, ogni oggetto infilato in valigia sembrava aggiungere concretezza a qualcosa che, fino a quel momento, avevo cercato di non pensare.

Anche i bambini oggi avevano un’aria diversa, più triste del solito. Sapevano che quello sarebbe stato il nostro ultimo giorno insieme.

Mentre correvo da una parte all’altra della casa per finire i bagagli, farmi piegare alcuni vestiti da Ste, distribuire nelle varie valigie tutte le cose da portare in Italia e sistemare e pulire le ultime cose, F. mi si è avvicinato. Mi ha abbracciata, ha alzato la sua testolina verso di me e mi ha chiesto:

“È oggi che te ne vai, vero?”

Gli ho sorriso e gli ho detto di sì. Gli ho detto che, se lui era felice, allora lo ero anch’io, e che non c’era spazio per la tristezza

Forse, però, un po’ di tristezza c’era. Solo che questa mattina io non avevo il coraggio di chiamarla per nome.

Per tutta la mattina i bambini, nel tentativo di passare più tempo possibile con noi, hanno trovato ogni scusa immaginabile per starci vicino: ci guardavano lavorare, ci facevano domande, ci aiutavano con le valigie. Piccoli gesti che, proprio perché così semplici, mi sono sembrati ancora più importanti.

Le prime ore della giornata sono volate e noi volontari siamo usciti a pranzo, anche per provare a rendere quel distacco un po’ meno doloroso.

L’idea era quella di fare un pranzo veloce e tornare subito a casa.

Ma, come sempre, il Perù — e soprattutto i suoi tempi — sono riusciti a mandare all’aria tutti i nostri programmi.

Quando siamo tornati, abbiamo aiutato a sistemare le ultime cose e poi, alle 17, ci siamo riuniti tutti nell’atrio per la messa.

Io, a dire la verità, non sono solita partecipare alla messa e probabilmente, se fossi stata a casa, non avrei vissuto quel momento allo stesso modo. Qui, però, è stato diverso. Guardavo i volti dei bambini mentre ascoltavano con attenzione e curiosità ogni parola, osservavo i loro sguardi, il modo in cui seguivano ciò che stava accadendo, e mi sono ritrovata a stare bene.

Forse perché, in quel momento, non era importante quanto fossi abituata a quel tipo di esperienza, ma il modo in cui loro riuscivano a viverla: con una semplicità e una curiosità che, ancora una volta, mi hanno insegnato a guardare le cose da una prospettiva diversa.

Subito dopo, i bambini hanno cenato. Questa volta noi volontari non abbiamo mangiato con loro, ma ci siamo seduti comunque accanto a loro per fare loro compagnia.

F., dopo avermi preso per mano e avermi invitata a sedermi vicino a lui, mi ha fatto la stessa domanda di questa mattina. Probabilmente sperava che, nel frattempo, la risposta fosse cambiata.

Avrei voluto che quella cena durasse ore. Avrei voluto avere ancora tempo, ancora una sera, ancora una possibilità di stare con loro senza sapere che sarebbe stata l’ultima.

Ma il tempo, questa sera, non ha fatto sconti a nessuno

Era arrivato il momento di salutarli e così, con un cinque, li abbiamo lasciati andare a letto.

Dopo un primo momento in cui mi sono seduta in silenzio sui divani all’ingresso, mi sono alzata e sono andata in cucina: Fede voleva che lavassimo insieme i piatti un’ultima volta.

È stato un momento quasi surreale. Eravamo lì, a fare una cosa normalissima, come se da lì a dieci minuti non avremmo chiuso la porta della Casa De Tuty per tornare in Italia.

Come se fosse un giorno qualunque.

Come se non fosse l’ultimo.

Poi abbiamo preso le nostre valigie e ci siamo diretti alla stazione dei bus dove la direttrice M. e sua figlia N. ci hanno accompagnati per salutarci e augurarci un buon viaggio.

Ed eccomi qui.

A scrivere, a guardare fuori dal finestrino, a cercare di mettere ordine tra i pensieri e tra tutte quelle emozioni che sembrano essere troppe per stare dentro una sola persona.

Per me i grandi saluti sono sempre stati difficili. Non li accetto davvero quando arrivano e, forse, inizio a metabolizzarli soltanto mesi dopo. Credo che sia il mio modo di proteggermi da un qualcosa più grande di me.

Questa volta, però, me ne “vado” con il sorriso.

Perché ho trovato un posto in cui la porta è sempre aperta.

Un posto in cui sono stata travolta da un affetto inspiegabile.

Un posto in cui c’è spazio per tutte le emozioni, anche quelle che non sappiamo spiegare.

Un posto in cui non c’è bisogno di essere perfetti per sentirsi abbastanza.

Un posto in cui la tua presenza viene notata, apprezzata e, soprattutto, desiderata.

E forse è proprio questo che rende così difficile andarsene: quando trovi un luogo in cui ti senti a casa, anche se sei dall’altra parte del mondo, lasciarlo significa portarti via una parte di quella casa.

Ieri V., la psicologa della Casa, mi ha detto una frase che credo conserverò per molto tempo.

“Emma, quando sei arrivata sorridevi poco. Invece adesso guardati. Con questo ti ho detto tutto.”

Forse aveva ragione.

Forse non servono grandi spiegazioni per raccontare quello che è successo in questi venti giorni. A volte basta guardarsi indietro e accorgersi che qualcosa dentro di noi è cambiato.

Sono arrivata qui pensando di dover lasciare qualcosa.

Del tempo, delle energie, qualche gioco, qualche sorriso, forse un piccolo aiuto.

Non avevo capito che, alla fine, sarei stata io a ricevere molto più di quanto avessi mai potuto dare.

Ho imparato che casa non è necessariamente il luogo in cui torni ogni sera. A volte casa è una persona che ti prende la mano. È una voce che ti chiama. È una risata che riconosci dall’altra parte della stanza. È un abbraccio che arriva proprio quando ne hai bisogno come quelli di Eli, Marti e Ste. È un posto in cui, anche se sei arrivata da lontano, qualcuno riesce a farti sentire che sei esattamente dove dovresti essere.

E così, anche se molto lontano da Torino, ho trovato un altro posto che posso chiamare casa.

La Casa De Tuty.

Ora vi saluto.

È arrivato il momento di chiudere gli occhi, e provare, finalmente, a mettere ordine nella mia testa.

Domani saremo di nuovo in viaggio.

Ma una parte di me, sono sicura, resterà qui, nella casa.

Tra quelle mura, tra le voci dei bambini, tra quei sorrisi e dentro tutti quegli abbracci che, per venti giorni, hanno fatto sembrare casa un posto dall’altra parte del mondo.

Emma


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