Sono seduta qui, sul divano di questa casa, e ripenso alla giornata di oggi, che, come da tradizione del CAEF, è una delle più intense di tutto il campo. È il día de la despedida, la grande festa con cui ci fermiamo a riflettere su ciò che questo campo ha rappresentato per noi e ci salutiamo prima della partenza.
Il risveglio è stato un po’ più turbolento del solito: la sveglia non suona e io devo correre giù per le scale per arrivare alla riflessione del mattino. L’ultima, quella dedicata al lasciare andare. Al fatto che educare e amare significhi anche rendere liberi gli altri, per quanto possa costarci. È una delle tante lezioni che ho imparato in questa casa: amare significa anche lasciare liberi.
Dopo la riflessione, ci dedichiamo agli ultimi lavori e chiudiamo gli scatoloni dell’inventario. Anche quest’anno, grazie alla generosità dei donatori, ne abbiamo raccolti quindici, pieni di abbigliamento, occhiali e soprattutto farmaci, che saranno preziosi in vista dell’emergenza del Niño.
Poi è il momento dei giochi con i bambini: bandierina, palla avvelenata e tanti balli. A metà mattinata arrivano anche tre ragazze di Taquila, un villaggio vicino dove, diversi anni fa, il CAEF aveva attivato alcuni progetti di sostegno scolastico. Oggi sono tornate, ormai grandi e laureate, per salutare e ringraziare i volontari. È una delle cose che più raccontano lo spirito del CAEF: allargare le pareti di questa casa per accogliere e stare vicino a chi ha di meno.
Dopo pranzo arriva il momento più atteso. Ci sediamo nell’atrio della casa davanti a un grande cuore formato da tanti cartoncini, ognuno con una parola capace di raccontare questo campo. Ognuno condivide la propria. Ci sono parole luminose, come resilienza e sorrisi, e altre più difficili, come dolore e pianto. Perché in questo mese siamo stati testimoni di ciò che significa vivere e crescere qui dentro: tanto amore e tanti sorrisi, ma anche fatica, domande e dubbi. Accompagnare queste venticinque anime è un impegno immenso.
Poi ognuno di noi si avvicina e raccoglie un cartoncino.
La mia parola è abbraccio.
Per me gli abbracci appartengono alla famiglia, all’intimità. E forse è proprio per questo che questa parola descrive così bene il mio rapporto con questa casa. Ho avuto bisogno dei miei tempi per entrarci e lasciarmi coinvolgere, ma una volta varcata quella porta, aperta per me da mia sorella Eleonora, qualcosa è cambiato. La mia vita si è intrecciata a quella di questa casa, che oggi sento parte di me. E non mi è più possibile pensare di tornare indietro.
Mi rimangono impresse le parole di Vanessa, la psicologa, che descrive la Compagnia del Perù e il CAEF come due anime inseparabili, come il motore e la benzina. Non potrei essere più d’accordo. E questo mi ricorda quanto sia importante il lavoro che noi, come Compagnia del Perù, dobbiamo portare avanti.
E poi ci sono le parole di Mari, che ci ricorda l’importanza di vivere con sentido: costruire una vita piena e felice nonostante i dolori che ciascuno di noi porta con sé. Perché il CAEF è anche questo: sí se puede. Si può andare oltre le proprie ferite, continuare a vivere e non perdere la speranza di poter cambiare le cose. E, nel farlo, diventare una luce per gli altri.
Questa filosofia è incarnata perfettamente da Stefano, il nostro volontario dell’anno. Da ex scout, Stefano incarna il motto “Estote parati” e la capacità di mettere sempre gli altri davanti a sé. È riuscito a entrare nel cuore dei bambini, dei volontari e del personale, lasciando un segno che non è passato inosservato nemmeno al CAEF.
Alla fine Mari ci ricorda che non crede negli addii. E forse è proprio così: il nostro non è un addio, ma un arrivederci. Perché alcune case, una volta entrate nella nostra vita, continuano ad abitarci anche quando ce ne andiamo.
E così concludiamo la giornata nel modo migliore: con una festa. Oggi è il compleanno di B. e di Elisabetta, una delle volontarie. Ridiamo, balliamo e ci salutiamo con il sorriso, proprio come ci piace fare qui.
Ora, ripensando alla giornata, torno alla mia parola: abbraccio.
Penso che vorrei avere braccia abbastanza grandi da poter stringere tutta questa casa, da poter includere e proteggere i bambini che ci sono dentro, ma anche i suoi muri e le sue pareti, dalle preoccupazioni che ogni tanto bussano alla sua porta. Anche da quelle più grandi, come l’emergenza del Niño.
So che ho ancora tanto lavoro da fare quest’anno per trasformare questo desiderio in qualcosa di concreto. Eppure non vedo l’ora di cominciare.
Perché gli addii, per me, non esistono. Esistono i legami, quelli veri, che non si interrompono quando si parte. E il mio legame con questa casa, anno dopo anno, non fa che rinnovarsi e diventare più forte.
Martina










Día 24 - La mia parola: abbraccio