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Nicola Pignataro

18 September 2011 by
info Compagnia Del Perù
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"Ciò che ero solito amare, non amo più"

La mia decisione di partire per il Perù non fu casuale e, anche se non sapevo cosa mi potessi aspettare, dentro me c'era la voglia di ascoltare il mio cuore che mi spingeva ad intraprendere questa avventura.

Da gennaio al giorno della partenza non ho mai pensato o voluto sapere quale sarebbe stato il nostro compito o chi ci aspettasse nel nuovo continente. Quello che alimentava la mia voglia di partire era un viaggio fuori dai confini della realtà in cui ho sempre vissuto. I mesi trascorsero velocemente attraverso la solita routine e dopo qualche giorno passato in riva al mare con i soliti amici, arrivò il momento di partire.

Viaggio in treno, emozioni distanti ma ricordo tutti i miei pensieri ricoperti da un alone di mistero che affogava la mia voce nell' assoluto silenzio.

Intense, pesanti poche ore e poi arrivai in una bellissima basilica nel cuore di Roma dove ebbi finalmente l'incontro con chi avrebbe condiviso con me tutto quello che avrei vissuto nel mese successivo.

Un'emozione stupenda poter osservare perfetti sconosciuti e guardare in tutti la stessa luce negli occhi. Mi confortò. Dopo 12 ore eravamo tutti seduti su una gabbia d'acciaio e bulloni che a poche ore, attraversando l'oceano, ci avrebbe portati nella nazione che sarebbe diventata la nostra casa.

Lima: una condensa di tradizioni Peruviane sovrastate e represse dall'architettura dei conquistadores e dall'economia mondiale. Una città diventata libera dopo mezzo secolo di spargimento di sangue innocente per il controllo di una delle nazioni che fanno parte del terzo mondo. La differenza non si nota se non si ha il coraggio di entrare nelle viscere di un mondo ostile e sconosciuto, dove dovunque guardi non c'è niente di familiare e perdi del tutto l'orientamento e l'unica bussola a cui puoi affidarti è quella del cuore che viene smagnetizzata dall' inquietudine.

Persino l'autista dell'autobus si perde in centinaia di strade tutte uguali tra loro ed ha paura di chiedere informazioni; poi una strada si trova e la più brutta ti conduce nel posto dove qualche italiano prima di te ha avuto la forza di attraversare l'oceano, camminare nel deserto e, senza perdersi d'animo, costruire un'oasi che da la sensazione più bella che una persona possa sentire: la speranza.

Cono Norte, una piccola pianura avvolta da dune trasformate in discariche o cartelloni elettorali e nel ventre migliaia di baracche colorate che senza la luce del sole sembrano tutte incredibilmente dello stesso triste colore. Spaesato, impaurito ed inutile seguivo i miei compagni muoversi come un esercito disordinato prima di un pattugliamento. Pochi metri e stupito mi fermai, vedendo a terra tra i sassi una pagina di un libro di formule matematiche, seguendo la scia di pagine incrociai lo sguardo di una bambina di pochi anni. Indossava una camicetta gialla, che tra la polvere, la sporcizia e l'atmosfera grigia perdeva la sua tonalità; i capelli raccolti sopra il viso mostravano i suoi grandi occhi. Era vicina a sua madre e a sua sorella davanti all'ingresso di una baracca celeste che rappresentava gran parte della loro vita. Immaginate la triste visione ogni giorno al vostro risveglio di una città grigia, con la consapevolezza che solo qualche Dio oggi potrebbe raggiungerti e farti sentire speciale. Così mi guardò Diana, si fece largo tra tutti e si fermò di fronte a me. Troppo lontana per toccarla ma vicina per poterla guardare dentro i suoi grandi occhi. Facevo fatica a respirare; immobile ed impassibile ero terrorizzato, non volevo voltare le spalle e scappare ma non riuscivo neanche col pensiero a muovere un passo. Frazione di secondo ed oggi nella mia mente rivivo tutto: colori, odori, le linee del suo viso, il terribile paesaggio e le pagine di quel libro.

Improvvisamente succede l'unica cosa che non avevo considerato: Diana mi tende la sua piccola e sudicia mano ed io senza pensarci la stringo come fosse la mia unica ancora di salvezza. Tutto il corpo si infiammò e sorrisi per la prima volta in quel giorno, sentendomi meravigliosamente bene. Ancora una volta un momento semplice e rapido come un batter di ciglio aveva profondamente segnato la mia vita. La bussola dentro di me aveva ripreso a funzionare e mi mostrava tutto ciò che potevo scoprire. Cercai subito il posto più alto, mi allontanai dai miei compagni non girandomi mai dietro, arrivato sulla cima della duna tutto quello che cercavo e potevo dare era dentro di me a pochi centimetri dalla pelle e scorreva nel mio sangue. Capii perché avevo deciso di intraprendere questa avventura, ed oggi dopo tutto quello che ho vissuto, ho capito che è stato un passo necessario per diventare uomo; non mi vergogno di cercare nell'espressioni della gente, nei colori del mare, nell'odore delle strade, nelle luci dei negozi tutte le facce dei bambini che per un mese hanno disegnato la mia vita. Non mi vergogno nel ricordare con passione le parole di Judith, Mari, Carmen, Vanessa, Melania e Susy che hanno riempito il mio cuore di coraggio facendomi capire l'importanza del credere in un futuro migliore senza arrendersi mai.

Con gli occhi pieni di lacrime nascoste da un paio di occhiali da sole, lasciando il CAEF, continuo a provare a colorare disegni impressi nella mia mente senza mai fermarmi. Questo è il premio d'amore per me, che ho provato anche se inconsciamente, a sfidare me stesso e tutti i miei limiti.


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