Anna Pasti

Una parte nuova di me

Qualche giorno fa mi è arrivato un messaggio di Titti: “Ti va di scrivere una testimonianza del campo? Forse ti aiuterebbe anche a mettere ordine dentro.” Sono qua che penso da dove partire, perché effettivamente, da quando la scorsa settimana sono tornata dal Perù, dentro di me c’è tanta confusione.

Vorrei iniziare con le stesse parole che ho detto la prima sera, appena arrivata alla Casa de Tuty, quando Vanessa ci ha chiesto di presentarci con il nostro nome e un’emozione: sono Anna e l’emozione che mi ha accompagnata in tutto questo mese è la gratitudine. Sono grata per aver conosciuto la CDP e la realtà del CAEF, per aver avuto l’opportunità di conoscere e condividere momenti speciali con questi bambini, sono grata per ciò che ho ricevuto da ciascuna persona incontrata.

Per me tutto è iniziato un po’ casualmente ad aprile quando, dopo un periodo intenso a casa e diversi pensieri che mi frullavano in testa, ho deciso di cercare esperienze di volontariato da poter fare durante le mie ferie. Così ho preso in mano il computer e sono finita sul sito della CDP: l’ho spulciato per bene, mi sono informata, ho letto le testimonianze. Nel fare ciò mi sono accorta che l’iscrizione sarebbe scaduta a breve, ma ero ancora in tempo, quindi ho mandato una mail e fatto il colloquio con Marti e Simo. Quando mi hanno comunicato la possibilità di partire, non avevo ancora capito bene tutto e dovevo dare la conferma della mia presenza in breve tempo. E quindi ho deciso di affidarmi a loro e di darmi la possibilità di non essere sempre razionale, organizzata e precisa. Oggi posso dire che è stata la miglior decisione che potessi prendere. Questo viaggio mi ha dato una bella scossa, mi ha riacceso una luce e mi ha restituito tanta speranza.




 

Riguardando adesso il mio diario di bordo, nel tentativo di mettere ordine nei ricordi e capire cosa raccontare, mi rendo conto che dovrei scrivere di ogni singola giornata. Perché ognuna è stata unica: piena di vita, di domande, di sorrisi, di abbracci, di silenzi.

I bambini del caef sono stati i miei maestri silenziosi. Da loro ho imparato più di quanto io abbia potuto dare. Tempo fa avevo letto una riflessione sul fatto che, nella nostra cultura, si tende a parlare di “superare” i momenti difficili, come se il dolore fosse qualcosa da chiudere in fretta in un cassetto per poter “andare avanti”. È come se nella nostra quotidianità si imparasse che non c’è mai spazio per il dolore e quindi lo si debba necessariamente superare, il che non fa altro che mettere in stand-by le ferite e far ribollire sullo sfondo tutto ciò che andrebbe accolto. Forse invece sarebbe più opportuno parlare di più di come attraversare il dolore e imparare a dare spazio anche a queste sensazioni. Ed è proprio ciò che mi ha stupito di questi bambini e ragazzi: la loro capacità di stare dentro al dolore, senza negarlo, e nello stesso tempo di aprirsi ancora alla gioia, alla leggerezza, alla speranza.

Questa stessa capacità l’ho ritrovata anche nel gruppo di volontari. Persone meravigliose che con le loro storie, le loro ferite, la loro sensibilità e le loro riflessioni mi hanno insegnato tanto. Persone che sono contenta di aver incontrato nel mio cammino e che spero di non perdere.

Ho capito che partire per questo campo significa donarsi, portare qualcosa di sé, ma soprattutto ricevere. Ricevere gesti, sguardi, parole semplici che cambiano dentro. Ricevere amore. L’impegno che sento di voler prendere è quello di coltivare nella mia vita quotidiana la stessa quantità di amore che ho riscontrato qui.

I giorni del rientro sono stati strani: densi di pensieri, attraversati da emozioni contrastanti, già colmi di nostalgia per il campo – anche se è passato così poco tempo. Ma una cosa l’ho capita: anche quando si torna a casa, qualcosa resta. Il legame con questo posto, con queste persone e con ciò che è stato vissuto resta per sempre, custodito nel cuore come una parte nuova e preziosa di me stessa.

Anna 




 
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