Jacopo Zocchi

Perché il Perù?

Quando tutto è iniziato era il 2011 e avevo vent’anni.

Uno parte un po’ per caso, per buttarsi, perché ispirato, perché vuole salvare il mondo; e poi si arriva in Perù e ci si mischia con altre 20 persone partite dallo stesso punto da cui sei partito tu, ma con motivazioni e storie diverse. E si vive insieme la stranezza e la bellezza di quello che è quel posto. Ci si lascia rapire e conquistare dall’amore del CAEF: si lavora, si gioca, ci si innamora, si mette in discussione se stessi fino al punto di non sentirsi più quelli di prima. La maggior parte delle persone vive questa esperienza come un momento della loro vita che inizia nel momento in cui il primo aereo decolla e finisce nel momento in cui l’ultimo atterra.

Ovviamente io non sono nessuno per giudicare le esperienze altrui; parlerò infatti dell’altro tipo di persone, quelle che una volta che toccano con mano quel mondo rimangono fulminati dall’amore che si respira e decidono di dedicare parte della loro vita a tornare in quel posto e a rivivere tutto, ogni volta in maniera diversa, partenza e ritorno. Il motivo per cui voglio parlare di questo è perché forse, dopo cinque campi in cinque anni sia necessario comprendere pienamente le vere motivazioni che mi portano ogni volta a tornare in Perù.

Desiderare quello che si ha 

Il motivo centrale intorno a cui gira tutto il resto, è l’entrare in contatto con i veri desideri che si hanno nel cuore. Quando viviamo nella nostra quotidianità, spesso non siamo pienamente soddisfatti di quello che facciamo. E’ un problema molto comune per la mia generazione: trovare quello che si desidera nel profondo, all’interno di un mondo che ti mette davanti muri e paletti e il più delle volte ti costringe ad essere quello che non sei, a fare quello per cui non sei stato creato e a vivere in maniera meno piena di quello che potresti. Il Perù ti mette di fronte ad una nuova quotidianità, fatta fondamentalmente di servizio e amore all’interno di uno stile di vita che tende all’essenziale.

E’ come se lentamente tutte le barriere imposte dalla società e dal nostro ego cadessero, finché non ci si rende conto di star vivendo, per la prima volta nella propria esistenza, quello che il nostro cuore realmente desidera. In questo modo si crea un vero e proprio contatto con il nostro vero io scoprendo che molte cose che abbiamo dentro e desideriamo fortemente non eravamo mai stati in grado di conoscerle. Il passo successivo è riuscire a mantenere il contatto con questi desideri anche una volta che la bolla del campo finisce e cercare di andare avanti nella nostra vita reale con la consapevolezza di quello che l’esperienza in Perù ci ha permesso di conoscere. Personalmente ogni volta che torno in Perù, mi sento inebriato da questa sensazione e più passano gli anni e più riesco a ritrovarla concretamente nella mia vita ordinaria.

La gratuità 

Il servizio è gratuito. Partecipare a un campo, vuol dire mettersi a disposizione con tutto il corpo e tutto lo spirito per una realtà che non si conosce ma che sappiamo ha bisogno di noi. Il servire gratuitamente è qualcosa di magnifico ma il ricevere gratuitamente è qualcosa di sconvolgente. La gratuità che uno non si aspetta, infatti, è la gratuita con cui le persone che servi ti amano a prescindere da quello che hai fatto nella vita, da chi sei e da quali sono le tue qualità. L’amore ti sommerge, sempre e comunque. All’interno di questa dinamica di scambio senza contropartita, non si può non essere felici. Nella mia esperienza penso che la definizione che si avvicina di più al concetto di Felicità sia proprio questo, il dare e il ricevere gratuitamente, senza aver bisogno di altro.

Le relazioni

Un’altra ragione fondamentale sono le relazioni che si creano con le persone che come me sono legate a quella realtà da anni, e con le persone che in quella realtà vivono tutta la vita. Difficilmente si riesce ad entrare così profondamente in relazione con le persone come ci si entra nel contesto di un campo di volontariato. In Perù ho conosciuto amici che sono diventati fratelli e persone che mi hanno visto cambiare di anno in anno e che ora mi conoscono più di quanto mi conoscono persone con cui ho sempre vissuto.

Il Caef per me è casa e le persone che lavorano lì e dedicano la loro vita a quel progetto sono per me una famiglia. Sembrano parole scritte casualmente, ma il loro senso è colmo di significato. La mia famiglia, quella vera, rappresenta le mie radici, è il mio punto di partenza e ciò che mi da nutrimento per andare avanti nella mia vita. Sentire il CAEF come una famiglia vuol dire andare oltre i legami di parentela e mettere le proprie radici in qualcosa di nuovo e sconosciuto che però ti nutre e ti sostiene in ogni giorno della tua vita. Guardandomi indietro penso che una gran parte di quello che sono oggi sia merito e causa di quello che ho vissuto in Perù, e di quelle radici che ho messo in quel terreno che per me è stato molto più che fertile.

La paternità 

Questa quarta ragione è forse la più personale. Sono sempre stata una persona interiormente inquieta, e mi sono sempre chiesto quale fosse il mio ruolo nel mondo e il progetto in serbo per me. Il Perù ha fatto tanto per il mio discernimento vocazionale regalandomi un desiderio di paternità che mai avevo sentito prima d’allora.

Non è stata una cosa immediata, ma si è sviluppata negli anni e che continua a crescere dentro di me. Ogni volta che torno è come se si riattivasse questa parte del mio cuore e il servizio mi permette di vivere la paternità che desidero come nulla mi permette di farlo nella mia vita ordinaria. Questa motivazione è forse la principale per me che insieme alle precedenti mi hanno portato a ritornare ogni anno. Ad ogni anno ognuna di queste motivazioni si è rafforzata permettendomi di riportare e di vivere sempre meglio tutto ciò anche nella mia vita in Italia.

Queste sono le mie ragioni, e non sono uguali per tutti, ma parlando con le persone che come me sono compromesse in questa esperienza ritrovo molto di quello che ho scritto qui. Quando mami Tuty mi ha chiesto perché erano cinque anni che tornavo nella sua casa ho risposto con un timido “non lo so”. Bene, ora credo di saperlo.

                                                                      Jacopo Zocchi