Michela Trevissoi

Una casetta gialla con quattro finestre, due bandiere e tanto, tanto di tutto.

Il tutto ha davvero avuto inizio il 23 Luglio, con l’acquisto del biglietto per Roma, prima di allora un po’ spontaneamente e un po’ volutamente non mi era mai capitato di farmi fantasie nè aspettative su quello che sarebbe stato il mio viaggio.

Non volevo immaginarmi nulla, nulla sarebbe stato come nella realtà. Ed evitavo anche di parlarne con gli altri. O spiegavo tutto o non spiegavo niente. Il mio intento era evitare domande che potessero trovare l’unica risposta nei “non so”. Non sapevo troppe cose ma non importava non sapere. Penso che una forte componente che mi ha spinto a lanciarmi sia stata quella egoistica, una nota stonata in un contesto di volontariato, ma molto accesa.

Avevo voglia di provare emozioni forti, mi sento viva quando provo emozioni forti e avevo il desiderio e l’ambizione di esserne affamata anche e soprattutto una volta tornata in Italia.

Quel 23 Luglio però non ammetteva chiacchiere, era concreto e presente. Quel biglietto in mano mi stava dicendo che si faceva sul serio e che basta, dovevo pensarci. Così iniziano a risalirmi in mente mille immagini di posti inesistenti e dialoghi che non sarebbero mai avvenuti ma soprattutto paure, paure di ogni genere, dalla paura di non farmi conoscere bene dagli altri volontari a quelle più umanitarie legate al rapporto che avrei avuto con i bambini e le persone di un’altra cultura.

I primi spostamenti passano velocemente, fino all’arrivo in aeroporto, iniziamo a formarci, si inizia a formare un gruppo. Eravamo parecchi, parecchi estranei accumunati da un codice di volo e dal bisogno di parlarsi, di chiedersi qualcosa, di essere curiosi di scoprire l’altro. I voli passano in fretta, e arriviamo subito a Lima. Non ricordo il momento preciso nel quale ho realizzato di essere parte di un noi, ma è stato nei primi giorni a Lima, è stato così naturale e spontaneo che fin da subito noi tutti, sembravamo amici da sempre della stessa età e città.

Poco dopo l’essere arrivati a Lima, saliamo sul bus che ci avrebbe portato a Trujillo, io scelgo il lato finestrino ma noto che i vetri sono opachi per motivi di sicurezza, i paesaggi rispecchiavano le figure che avevo nella testa, in ombra e poco chiare. Il tutto sembrava prendere vita pochi minuti prima del tramonto, riuscivo a vedere i contorni neri e frastagliati delle montagne, i colori del cielo, c’erano tutti i colori del mondo e le nuvole, illuminate dal basso ci stavano accompagnando lungo la strada.

Ad un certo punto eccola li: una casetta gialla con quattro finestre e due bandiere. Qualcuno urla “siamo arrivati!” Entriamo e gente che non ci conosce ci accoglie come solo parenti che abitano lontano sanno fare, e bimbi con tratti e colori diversi dai nostri ci saltano al collo e ci stringono forte. Così ha inizio la mia vita da campo, la mia vita in quel luogo metafisico chiamato Caef che sembra avere spazio per tutti e per tutto tranne che per le famose paure da 23 Luglio. Non voglio più trovare un senso a nulla.

E’ difficile scegliere parole che siano all’altezza di questa pausa dalla realtà, tutto così veloce e fuggente. Iniziato con un “Dov’è la sora Michela?” di R. appena tornato da scuola e finito con singhiozzi e lacrime di D. che ancora fanno vibrare il mio petto.

E poi la voglia di sentirsi vivi prima del suono della sveglia per non perdersi un istante. La colazione in cucina con le casse e con una bustina di tè di seconda mano. Il sentirsi genitori orgogliosi nell’accompagnare i ragazzi a scuola. La pallavolo nel patio. I balli di gruppo improvvisati di mattina da Gabri. Il buongiorno di V., il lavarsi i denti con un vicino che si lava i capelli e con l’altro che si lava i piedi. Il “Chicos empezamos, en circulo!”. Il “Una otra hojita por favor!”.

Le dediche, i disegni e le lettere che non ti aspetti. Le scuse che non ti aspetti. Le messe di Ale. Le canzoni e la voce di Marinella. I ban religiosi di Tonino. Le battute di Tonino. Tonino. Gli strani rituali con le compagne di stanza. L. che si addormenta tra le braccia. I girotondi voltanti con J. I baci sulle mani di R.. I cavallucci volanti.

I panni umidi stesi vicini tutti insieme. Il “Chi c’è in bagno?”. Le riunioni notturne addolcite da sublime bianchi di contrabbando. I battimani cantati. L’acqua party inaugurato da Mari. La dolcezza nel volto e nei gesti di Titti. Le dediche sui quaderni di L. e D. . Il post pranzo in sala video tra i bambini. I “NO” di L. Il pranzo improvvisato in giardino. Le canzoni strappalacrime di Marco e Checco. Il sorriso contagioso di E. e la pazienza del suo profe Luca. Gli abbracci. Le carezze. Le smorfie. I morsi. Le confessioni sulle scale. Gli sguardi. E gli altri abbracci.

Tutti ci siamo lasciati penetrare dall’altro “in un’orgia di emozioni”!

Una casetta gialla con quattro finestre, due bandiere e tanto, tanto di tutto.

Oggi 2 Settembre, ho voglia di dare una risposta a tutte quelle domande lasciate in sospeso, ho voglia di dire che l’esperienza Perù ha superato di troppo le mie aspettative. Un troppo che mi ha portato una volta a casa ad avere paura di essere incompresa anche da chi mi aveva salutato con un “ti voglio bene”. Questo mese mi ha regalato un’apertura emotiva che è a mio avviso il mezzo necessario per provare ogni sentimento esistente sulla terra. Si sa che ogni emozione può farti male ma quando un’emozione ti fa bene, ti fa stare davvero bene! Il tutto paragonabile ad una passeggiata in Campiña, lì, vicino la casa Caef, con la sensazione del benessere puro, con l’aria leggera, col cielo bianco. Non desideri altro.

Ora, mentre metabolizzo il mio senso di stranezza, sento tutto più normale, sento che ogni percezione dipende da me, dal mio passato e dal mio contesto e persino le persone che hanno vissuto con me tutto questo non possono vedere tutto ciò che ho dentro. Anche le sensazioni meno intime sono mie e solo mie e lo saranno per sempre. E forse, per un certo aspetto è anche giusto che sia così.

Ho deciso di scrivere queste righe per parlare e incoraggiare chi non c’è stato perché l’unico desiderio che mi rimane è far provare a qualcuno l’anno prossimo ciò che sto provando adesso. Sì, Trujillo è magica, è riuscita a rubarmi anche un raggio di altruismo. O forse più di uno.

Grazie!

Michela Trevissoi