Riccardo Ligresti

Reimparare a camminare

Raccontare in cosa consista questo tipo di esperienza per iscritto, e con un numero di caratteri limitato, può fornire solo una grossolana approssimazione delle emozioni e ricordi che oggi serbo. Oggi ancora mi capita di sentirmi spaesato; riabituarsi alle comodità della vita in Italia di tutti i giorni è facile, ma ora non riesco a non fare un confronto tra lì e qui. Per la maggior parte, la partenza è stata come il Natale per dei bambini: tutti eravamo assolutamente entusiasti e pieni di aspettative; dal canto mio cercavo di entrare con la mente il più possibile in questi aspetti, tralasciando quelli che invece mi facevano sentire, in tutta sincerità, molto preoccupato; nessuno, nonostante tutte le spiegazioni ricevute nel week end di formazione, nei colloqui, e in tutte le comunicazioni estemporanee, era stato in grado di prepararci a quello che ci aspettava. Infatti, semplicemente non è possibile. Il viaggio ci ha riuniti tutti al primo scalo, a Madrid, dalle varie città italiane, e da lì abbiamo preso il volo più lungo, che dopo 12 ore ci ha portati a Lima, la grigissima e caotica capitale del Perù; ovviamente avevo scordato che le stagioni nell’ emisfero Australe sono invertite, e lì, anziché Estate, era Inverno. Per mia fortuna la temperatura non si allontanava di molto da quella di una stagione intermedia Italiana.

Abbiamo passato i primi giorni a Lima, in un ostello; è stato lì che abbiamo iniziato a conoscerci reciprocamente, con i primi passi fuori, le prime pietanze tipiche, le prime condivisioni. I 4 giorni trascorsi a Lima ci hanno permesso di vedere un rapido spaccato di cosa sia il Perù sul piano sociale: come molti stati sud americani, esso pone le fondamenta dell’ attuale delicato “equilibrio” sociale su una lunga e sanguinosa guerra civile, nel qual caso tra la potenza dello Stato e il fronte ribelle del “Sentiero Luminoso”; ovviamente a subire le maggiori perdite sono stati, come sempre, civili innocenti, i quali, per scappare dalla guerra e dalla paura, sono in larga parte fuggiti dalle zone più rurali della Sierra (la zona montagnosa) verso le grandi città della costa, e in particolare verso Lima. Non c’ è da stupirsi che oggi le periferie di Lima siano occupate da chilometri di case tirate su alla meglio, senza alcun servizio primario; sono queste le favelas nelle quali siamo passati, e nel quali siamo stati ospitati da diverse persone, che, ciascuna in modo diverso, davano un valore aggiunto e un aiuto alla comunità, e in particolare ai giovani, per tenerli il più possibile lontani dalla strada. Questa realtà era contrapposta alla parte costiera, ricca e sfarzosa, con grattacieli e alberghi di lusso; era difficile non provare disagio.

Dopo la parentesi di Lima ci siamo finalmente avviati in pullman per Trujillo, nella cui periferia si trova il CAEF, la casa di accoglienza dove abbiamo passato la maggior parte del nostro soggiorno.

Vivere nel CAEF è un’ esperienza unica: credo che il punto chiave sia la condivisione: questo vale per le camere, gli spazi, il tempo, il cibo… Si è inseriti nel contesto di quella che si sforza con successo di essere una grande famiglia. In fondo il CAEF è questo: una grande, caotica e rumorosa famiglia, concepita per coloro che una famiglia vera non l’ hanno mai avuta. Una delle mie principali preoccupazioni, una volta arrivato, era come avrei potuto pormi con questi bambini; quasi ciascuno aveva alle spalle passati molto difficili, e mi aspettavo che questo non potesse che complicare molto le cose; invece siamo stati accolti da bimbi sorridenti, solari, allegri… Solo in pochi casi è stato possibile intravedere le ombre del loro passato, e anche in quel caso è stato questione di pochi momenti; uno sguardo perso qualche istante, un’ esitazione a perdersi in un abbraccio. Nulla di più; desideravano solo giocare, distrarsi, vivere. Se non condizionava loro, non potevamo permettere che condizionasse noi. La routine è iniziata dopo esserci presi un giorno nel quale abbiamo diviso i volontari in due gruppi che avrebbero lavorato con i bambini rispettivamente nella struttura del CAEF, oppure alternandosi nelle sedi esterne di Torres e Taquila; io venni assegnato al CAEF, e scelsi di “lavorare” con il gruppo dei bambini più piccoli; una scelta che non ho rimpianto e che, per molti versi, si è addirittura rivelata terapeutica; una delle cose che speravo avrei trovato in questo posto era infatti la possibilità di lasciarmi andare, di poter tornare un po’ bambino, di riscoprire il gioco nella sua forma più semplice. Ho avuto la fortuna di lavorare anche insieme a persone con le quali ho sentito una bella intesa sin dai primi giorni; probabilmente non ho lasciato questa sensazione da parte mia, perché ho sempre avuto un’ indole molto introversa e rigida, ma nonostante questo mi sono sentito a mio agio persino nei momenti di peggior caos, evento ricorrente, a volte frustrante, ma sempre divertente, delle attività svolte con i piccoli; una cosa che ho imparato stando con loro è che interi pomeriggi di progetti e preparazioni possono essere bruciati dalla loro voglia di giocare e dalla loro estroversione anche nel giro di poche decine di minuti, lasciandoci obbligati molto spesso a improvvisare giochi, laboratori e attività sul momento. Già dal week end di formazione avevamo abbozzato un disegno comune che avremmo seguito nelle attività, un lavoro improntato all’ esplorazione dei cinque sensi e della musica attraverso il gioco, sul quale abbiamo improntato la maggioranza dei giochi: costruzione di strumenti musicali improvvisati, maschere, disegni, tempere, percorsi ritagliati e attaccati ai pavimenti sono stati solo una piccola parte di quello che abbiamo fatto insieme a loro; è stato bello tornare bambino per un po’; temevo di non esserne più capace. Per i volontari la giornata, oltre che dai giochi con i bambini, era scandita anche dalle attività puramente pratiche; oltre ai servizi di gestione della cucina e della sala da pranzo, e alla pulizia dei bagni, ciascuno cercava di dare una mano dove e come poteva: dalla costruzione di un muretto all’ ingresso, al livellamento di un cortile interno o all’ inventario degli oggetti ricevuti con le donazioni; qualcuno si svegliava prima per andare ad accompagnare i bambini a scuola, qualcuno restava sveglio fino a tardi per finire un gioco per il giorno dopo,  qualcuno stava via tutto il giorno per tornare dal mercato solo la sera con enormi sacchetti di riso e cibarie varie. Ognuno dava il suo contributo; chi a volte non riusciva, ha trovato sempre un sostegno negli altri volontari, persino nelle educatrici (che gestiscono i bambini tutto l’ anno; devo riconoscere che sono bravissime e alcune mi hanno impressionato con la loro energia), o più semplicemente nei bambini. I momenti di tempo libero ci sono stati, e spesso erano necessari; molto spesso comunque finiva che tanti volontari usavano il loro tempo libero per stare sempre con i bambini e magari fargli fare i compiti o guardare un film.

Quando dicevo che trovavo impossibile rendere l’ idea di quello che ho vissuto per iscritto, non mi sbagliavo: non potrò mai rendere i sorrisi, le notti a progettare, la complicità, e in fondo anche i momenti di difficoltà; tutti ne abbiamo avuti, tutti li abbiamo affrontati, ciascuno a modo suo; inoltre ogni giorno ci si incontrava sempre all’ inizio e alla fine della giornata, per raccontarsi, scambiare qualche pensiero e, per chi lo desiderava, ritrovarsi in preghiera, facendo in modo di mantenere, anche nel “vivo” dell’ azione, anche se alcuni volontari finivano di rivedersi solo in quei momenti, una connessione, un qualcosa che permettesse al gruppo di osservarsi dall’ interno e vedere cosa andava, cosa non andava, cosa eravamo e cosa stavamo diventando. Mi è servito parecchio, e sento di dover ringraziare Padre Alessandro in questo per aver gestito in modo discreto e intelligente questi momenti, e per aver sopportato il mio scetticismo, riuscendo comunque a darmi un valore aggiunto. Ora sono alla parte difficile: la chiusura. Non sono mai stato bravo con le conclusioni; ma per mia fortuna a chiudersi è solo un documento di Word scritto la sera su un portatile; non sento questa esperienza come terminata. Se qualcuno decidesse di prendere la pazza decisione di mollare tutto un mese e partire con noi, ignori quella vocina che gli dice che è un’ idea troppo avventata: penso che la vocina in questione sia invece il segnale che potrebbe valerne davvero la pena; ignorarla questa volta, è stata una delle decisioni migliori che abbia mai preso.

Riccardo Ligresti Volontario 2015 – Ex alunno Istituto Leone XIII