Umberto Pessot

Racconterò la storia del mio Perù……

Racconterò la storia del mio Perù, del mio viaggio e di quello che ho provato; non per egocentrismo ma perché credo fermamente sia stata per tutti un esperienza fortemente intima e personale per cui mi sentirei prevaricatore nel generalizzare il mio singolo punto di vista.

Tutto inizia in una normalissima e sinceramente molto deprimente serata di gennaio, io che girovago su internet senza una meta, quando mi ritorna a galla l’idea di andare a fare un campo di volontariato fuori dall’Europa e da tutte le sicurezze che per me questa rappresentava. Dopo un oretta mi imbatto nel sito della Lega Missionaria Studenti e capisco che la cosa potrebbe sembrarmi appetibile. Insomma qualche mail e la voce squillante e piena di energia di Martina al telefono; la calma e la fermezza di Silvia mi convincono in poco a partire.

In breve tempo arriva il week-end di formazione e con questo iniziano a balenarmi in testa 2000 paranoie del tipo “oddio con chi dovrò condividere a stretto contatto un mese della mia vita??” Tutto si risolve in un baleno a Cagliari quando in macchina di Titti come me e Silvia la parlantina di Kikki e Martina mi fa capire che non ci sarà da annoiarsi.

E’ così in un batter d’occhio arriva il 29 luglio, il giorno della partenza. Da qui in poi ingabbiare la storia in uno schema narrativo e in delle parole mi risulta molto difficile; per questo mi viene in aiuto un romanzo sfogliato distrattamente da mia madre che inizia con la frase: “La vita non è altro che il susseguirsi di tante piccole vite, vissute un esperienza alla volta”; pensandoci era proprio vero, è stata una piccola esistenza e, in un certo senso, il 31 luglio sbarcato a Lima mi sono sentito come un bebè che affronta per la prima volta un mondo che non aveva mai conosciuto prima. Colto dallo stupore, i miei pensieri risultavano densi come l’aria della città sudamericana, impregnata di umidità, smog e sudore.

In poco tempo diventai un bambino, piccolo, spontaneo e incosciente con la testa piena di perché che mi assediavano a cui non facevo troppo caso, troppo preso ad ammirare la feconda bellezza che si nascondeva dietro alle piccole cose di ogni giorno. Ammiravo Lima rendendomi conto di come fosse stata privata del sole ma non della solarità che si notava dai sorrisi che facevano capolino su volti stanchi e incavati, forse perché sapevano o speravano anche loro che sopra quella volta appannata che li avvolgeva c’era la luce. Come ogni giovane coglievo le giornate come frutti che man mano si addolcivano in una maturazione lenta e inconsapevole. Quello che vivevamo faceva da contorno e da stimolo alle mie emozioni e ai miei pensieri che lavoravano il mio essere più profondo.

Lima però, in un batter d’occhio durato 3 giorni, ci scivolò alle spalle come una meretrice squallida che aveva lasciato qualcosa di importante nel cuore dei suoi clienti. Questa eredità ci fece compagnia per tutte le interminabili ore di pullman che ci separavano da Trujillo in cui crescendo pian piano e avvicinandomi all’ adolescenza mi rendevo conto dell’importanza della mia famiglia, cioè il gruppo, con cui condividere il vivere, le difficoltà e le soddisfazioni della giornata.

Arrivati a destinazione la prima sensazione che provai fu quella di uno spaesamento forte, io nella mia breve storia cresciuto per i primi anni della mia piccola vita a Lima dovevo cambiare casa! Arrivati a questo punto raccontare è ancora più difficile ci vorrebbero una di quelle notti bianche tra amici in cui tra un bicchiere e una risata si rivela la propria vita e forse non basterebbe nemmeno; troppo c’è da dire e risulta così maledettamente difficile dirlo; ma ci proverò.

L’incedere dei giorni risultava un tremito dolce e inquieto in cui nessuno aveva tempo per sé ma era costantemente riversato sull’altro a tal punto da trascurare i messaggi del suo corpo e finire per ammalarsi. L’emozione più grande risultava comunque stare con i bambini così permeati da una sete d’affetto iniziando a sentirmi come un fratello maggiore per loro. Guardarli, questi fanciulli a cui si vedeva ancora lo stagno buio da cui provenivano nei loro occhi e ora sbalordirsi nel percepire come abbiano spasmodicamente bisogno di affetto come un bebè che succhia dal seno della madre.

Bellissimo era il parlare impercettibile ma limpidissimo e chiaro dei loro occhi che faceva eco nel mio cuore riempiendolo. Questo mese è risultato un travaso reciproco di vita sia nei rapporti con i piccini che con i miei compagni di viaggio. Tra un sorriso colto e l’altro donato(Becky imperat!) ho trovato un pizzico dell’inesprimibile senso della mia vita.

Non sempre fu tutto rose e fiori come potrebbe sembrare ma credo che ognuno, in modi e in tempi diversi, abbia avuto il coraggio di ascoltare e affrontare le sue paure in modo da far emergere solo la parte migliore di noi, questa rimane la mia percezione. Tutti i miei anni da uomo adulto passarono in un batter d’occhio e così mi ritrovai il 26 di agosto ormai vecchio che l’esperienza era finita a salutare il nucleo centrale della mia piccola vita peruviana.

Gli ultimi giorni tra autobus, Lima e Madrid furono la mia vecchiaia felice passata a rivedere con gli occhi di chi si guarda indietro felice e soddisfatto di se stesso; ripercorrendo la limpida meraviglia dell’ inarrestabile fermento umano che ha permeato quel mese. Questi ultimi giorni furono anche un ghirigoro di nostalgie sul tempo che fu, rendendomi già conto che forse la parte più difficile del campo è tornare a casa e immergersi di nuovo nella povertà di senso che caratterizza spesso il mio quotidiano e quello di altre persone.

Capisco solo adesso come questa miseria non faccia meno danni di quella materiale che ci hanno insegnato fin da piccoli a riconoscere. Ci si sente quasi in astinenza da una felicità che non si riesce più a provare e si iniziano a sviluppare nuovi sguardi e nuovi occhi, come quelli di chi dopo anni di povertà lancinante ha partecipato a un banchetto imperiale, non riesce a staccarselo dalla testa e nello stesso tempo anela con tutto lo spirito a questo, spesso idealizzandolo.

In questa esperienza sono stato consapevole, mi sono rimescolato e conosciuto anche grazie a un gruppo che in ogni suo membro, anche se in modi e in quantità diversa, mi ha portato per mano nella mia crescita quotidiana; sono stati veramente la mia famiglia per un mese, o almeno io l’ho percepita così. Arrivato a Roma nella giornata pian piano è iniziata la mia lenta agonia fino alle 17.20 in cui alla stazione Termini ho salutato Marty e Kikki, a quel punto la morte di quella piccola vita che è la mia esperienza in Perù è sopraggiunta, ma è stata una di quelle morti con il sorriso stampato sulla bocca tipico di chi è consapevole di aver goduto e sofferto e non gli rimane che rassegnarsi a morire.

Capisco benissimo e me ne scuso di non aver dato un resoconto dei fatti in questa storia ma mi apparivano così sterili e insignificanti nel confronto con le emozioni e i pensieri che ho provato dentro di me. L’ho fatto anche perché credo fermamente che quel pizzico di verità che possiamo cogliere del mondo e della nostra vita sia proprio racchiusa dentro di noi come diceva Sant’Agostino. In ogni caso per tutti i fatti si può accedere al diario che è stato tenuto giorno per giorno dal Perù all’indirizzo www.compagniadelperu.wordpress.com . Grazie mille per il vostro tempo, la storia finisce qui.

Umberto Pessot