Francesco Serra

Un viaggio dalle mille sfumature: dal grigio di Lima ai colori del CAEF

Il mio primo contatto con il Perù e con il Caef risale a quasi quattro anni fa, quando Tiziana al rientro dal suo primo campo ci testimoniò la sua esperienza. Rimasi molto colpito da subito e piano piano è cresciuta in me la voglia di andare a conoscere quei bambini dall’altra parte del mondo. Finalmente quest’anno sono riuscito a convincermi a partire, nonostante le molte paure.

Per fortuna il primo passo verso il Perù lo abbiamo fatto qui vicino a casa con il week end di formazione a Villasimius a fine Maggio. Una quindicina di volontari sono venuti qua in Sardegna, ci siamo conosciuti, abbiamo conosciuto meglio il progetto e abbiamo iniziato a creare delle dinamiche di gruppo che potessero essere producenti una volta partiti. Questo momento è stato per me fondamentale, mi ha fatto allontanare dai miei timori e mi ha reso più tranquillo, infatti sin dal primo momento mi sono sentito parte di un gruppo.

Finalmente il 30 Luglio io e Gianluca siamo partiti da Cagliari per aspettare gli altri a Milano, e dopo una notte insonne di nuove conoscenze a casa di Kikki siamo partiti per Amsterdam, abbiamo aspettato il secondo aereo e poi è iniziato l’infinito volo verso Lima. Una volta arrivati a Lima senza ben capire che ore fossero per via del jet lag siamo andati all’ostello per cenare e riposarci, dove abbiamo conosciuto la directora del Caef Judith e Osver, un ragazzo di diciannove anni come me, cresciuto al Caef, ora volontario del centro e studente universitario. La mattina dopo siamo stati raggiunti dai quattro volontari viaggiatori, Tizi, Jacopo, Marco e Chiara che si sono goduti qualche giorno di turismo in Perù nei giorni precedenti al nostro arrivo, abbiamo visto il Museo de la Naciòn scoprendo la recente storia di terrorismo peruviano. Già nella mattinata ho iniziato ad odiare Lima, una città troppo grigia, priva di luce vera e per i miei gusti troppo caotica, troppe persone che vanno e vengono da una parte all’altra. Nel pomeriggio abbiamo girato per il mercato di San Domingo  e avuto un interessante colloquio con il sindaco di Lima, una donna senza ombra di dubbio interessante e dagli ideali forti. Tornati all’ostello abbiamo accolto fra noi la nostra guida spirituale, padre Alessandro Viano che ci raggiungeva direttamente dal Cile. Durante il secondo giorno abbiamo visto le contraddizioni del Perù visitando un quartiere povero con un alto tasso di criminalità e poi il quartiere più ricco della città. Questo contrasto mi ha creato un malessere fisico, volevo andarmene da quel centro commerciale pulitissimo, non c’entrava niente con tutto quello che avevo visto, rendeva ancora più squallido il resto, rendersi conto che in un paese a cosi poca distanza potesse esserci una differenza così ampia mi innervosiva.

La mattina dopo siamo finalmente partiti per Trujillo, dieci ore di autobus tra chiacchiere, dormite e canzoni. Poi il tanto atteso arrivo al Caef, la tensione che sale, le educatrici che si presentano, ma io sentivo già la presenza dei bambini, che avevano preparato un piccolo spettacolo per noi, sentivo che al piano di sopra attendevano con trepidazione e poi finalmente l’incontro. Ballano per noi e poi noi balliamo e giochiamo con loro, anche i volontari più terrorizzati da questo impatto si ritrovano con un bambino sulle spalle. Il giorno successivo abbiamo potuto visitarei progetti esterni, Torres e Taquila, un mondo così lontano dal nostro che chiaramente mi ha colpito nel profondo, la sera stessa ci siamo divisi i compiti e io sono stato assegnato alla classe dei grandi del Caef.

Dopo il primo giorno di lavoro tutto è diventato routine, la sveglia alle 7.43 per essere puntuali alle 7:45 a fare la preghiera, la colazione tutti insieme in piedi, le attività con i bambini la mattina sino a che erano in vacanza poi sostituite dai lavori manuali e di manutenzione, il pranzo con i bambini, le altre attività e i compiti, il relax dei volontari prima della cena, la cena e poi la bellissima condivisione serale, ad un certo punto sono diventati routine perfino i ritardi dovuti ai lentissimi e diluitissimi tempi peruviani, sono arrivato ad abituarmi a ogni piccola cosa, ma per descrivere meglio questa sensazione è più bello usare lo spagnolo, mi sono “acostumbrado”, ho fatto miei i costumi peruviani e del Caef. Guidati da Alessandro siamo riusciti giorno per giorno a fare il punto delle nostre giornate, a ricordare i sorrisi dei bambini, le risate, ma anche i lavori impegnativi, le scocciature, e grazie a questi momenti io sono riuscito a tenere il filo della mia esperienza, a evitare di tornare con la mente ai mille pensieri di casa, alle mie confusioni.

Io, insieme a Frankie e Federica, abbiamo avuto la fortuna di organizzare, guidati inizialmente da Chiara, il “Campamento”, tre giorni di campo-vacanza con i bambini del Caef e di Torres e Taquila, un’esperienza pesante ma molto significativa, nei panni dei super eroi siamo riusciti a farli divertire e giocare, con il peso di tante responsabilità sulle spalle ma che sono sicuro mi hanno aiutato a crescere.

Sicuramente se devo trovare il momento più forte del mio Perù non posso che pensare alla visita all’Alto Trujillo, l’invasione, la baraccopoli, un posto che mi ha fatto rivalutare ogni piccola scelta, ogni piccola arrabbiatura della mia vita, portandole al livello delle persone che dentro quelle terribili capanne vivono ogni giorno, e quindi affossando completamente il valore che io davo a ogni cosa. Le contraddizioni del Perù erano evidenti ogni giorno, ma quella mattina più che mai, la rabbia mi montava dentro, sentivo l’incapacità di fare veramente qualcosa per quelle persone, per ciascuna di loro.

Il fatto di lavorare nella casa mi ha permesso di legare molto con i bimbi, specialmente con alcuni, e, arrivato alla fine del mese, avevo mille ricordi e sei braccialetti fatti a mano che volevano che io restassi, sentivo la necessità di accumulare ancora più ricordi, più sorrisi, più abbracci, più “vueltas”, anche più sporcizia (sia quella legata ai lavori manuali che quella legata al pranzare con i piccolini). Volevo stare lì, perché il Caef è stato per me una casa, una nuova famiglia fatta di tante madri, le educatrici, di tanti fratelli maggiori, gli altri volontari e soprattutto di tanti fratellini con cui giocare, cercando di dimenticare le terribili esperienze che ciascuno di loro aveva vissuto, andando oltre, superandole insieme a loro con un sorriso e condividendo la loro gioia.

Durante il viaggio in pullman per tornare a Lima mi sono addormentato cullato dal ricordo della voce di una bimba di sei anni, che negli ultimi giorni mi aveva spesso ripetuto questa frase: “No quiero que te vayas”, che in poche parole racchiudeva tutta la mia esperienza, la mia voglia di restare, di ritornare.

Francesco Serra