Francesco Serra

 

Campo 2014 – Perù

È il secondo anno consecutivo che decido di partire per il Perù, anche se in realtà solo l’anno scorso sono “partito per il Perù”, quest’anno sono tornato a casa, perché al Caef in un solo istante ci si sente parte di una nuova famiglia, e tornare vuol dire essere riconosciuto, dalla direttrice, dalle educatrici, dal resto del personale, dai bambini, e vuol dire anche riconoscere quei luoghi, le strade, le luci e gli odori.

Siamo partiti da Roma e Milano il 30 Luglio, ci siamo incontrati tutti insieme durante lo scalo a Madrid, e da lì 12 ore di volo verso la nostra avventura. All’alba del 31 siamo stati accolti all’aeroporto dal tipico cielo di Lima, grigio e pesante. L’esperienza dei tre giorni a Lima è fondamentale per arrivare al Caef pronti a tutto, scontrarmi con i mille contrasti della grande capitale è per me meno pesante dello scorso anno, riesco a vivere con più distacco il vedere a pochi minuti di taxi di distanza la ricchezza di Miraflores, la malavita e la povertà di El Augustino, lo squallore del Cono Sur, dove l’anno scorso non eravamo stati. Forse anche grazie a questo modo nuovo di confrontarmi con Lima è stato più forte l’ascolto di quelle persone che questi luoghi li vivono tutti i giorni, Padre Chiqui che ha liberato El Augustino dalle “pandillas”, le bande criminali di ragazzini, trasformandole in centri culturali, squadre di calcio, gruppi di studio, che hanno preso i nomi di grandi della storia, Martin Luther King, Ghandi, Ernesto Che Guevara e tanti altri; Maruja che ha votato la sua vita ai bambini del Colo Sur, con il centro studio, la biblioteca Michele Mosna, dove ogni giorno passano all’incirca 180 bambini del quartiere; Oscar e il progetto di “Justicia Juvenil Restarautiva” della “Red Encuentros” e “Terre des hommes”, che permette ai giovani colpevoli di reati minori di non entrare in carcere ma di essere aiutati a crescere, attraverso l’appoggio di psicologi ed educatori, che lavorano con loro, le loro famiglie e quando è possibile anche con le vittime dei loro reati, anche attraverso lavori socialmente utili.

Ma Lima è solo una piccola parentesi inziale del nostro viaggio, che ci aiuta a conoscerci meglio, a formare un gruppo unito che possa lavorare al meglio al Caef e con i bambini di Torres e Taquila.

Finalmente il 3 mattina prendiamo l’autobus per spostarci a Trujillo, 10 ore di viaggio ancora, ma poi arriviamo e incontriamo Judith alla stazione, carichiamo il nostro pulmino e in dieci minuti siamo al Caef, le educatrici si presentano a noi mentre siamo tutti seduti all’ingresso, e poi con grande sorpresa sono i bambini a presentarsi, attraverso un immagine: “Io sono J.M. e rappresento il coraggio, perché ho capito che nella vita non c’è bisogno di utilizzare la violenza per essere uomini ma bisogna avere il coraggio di cambiare ciò che è sbagliato”, tutti si raccontano in profondità, condividendo con noi il loro essere, poi come da abitudine ballano per noi e poi iniziamo a giocare con loro, e io ritrovo quella gioia e quella serenità che solo una casa e una famiglia possono dare.

Il campo inizia il giorno dopo tra riunioni e visite a Taquila e Torres, divisione in gruppi, come lo scorso anno io resto a lavorare al Caef, con i bambini più grandi, e sono circondato da un gruppo di validissimi elementi, e partiamo subito con idee e piani illuminanti. Quest’anno sia con i piccoli che con i grandi affronteremo il tema della bellezza, chiaramente con metodi e obbiettivi diversi, cercheremo di far crescere in loro l’idea della bellezza, la capacità di riconoscerla e apprezzarla, nelle sue tante rappresentazioni, dalla musica alla pittura, dalla scrittura al ballo. Il percorso di “educazione alla bellezza” viene momentaneamente interrotto il 12 Agosto per il Campamento, il campo di tre giorni con i bambini del Caef, di Torres e di Taquila, in cui grazie ad Irene, Antonio, Zoe e Elisa, impariamo insieme ai bambini a volare, nella libertà e nel ringraziamento. Il Campamento come da copione è stato estremamente pesante ma allo stesso tempo bellissimo.

Il resto del campo è proseguito liscio, tra attività coi bambini, riunioni, spese ai mercati, prime comunioni, condivisioni di gruppo, servizi, lavori manuali e chi più ne ha più ne metta, tutti noi abbiamo piano piano preso il ritmo, sia delle giornate che dell’organizzazione (o meglio disorganizzazione) peruviana, che vede gli orari slittare apparentemente senza un motivo, i piani cambiare sempre all’ultimo momento.

Anche a Trujillo abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con situazioni peggiori di quelle in cui lavoriamo, visitando il “relleno sanitario” e l’Alto Trujillo, il primo un’immensa discarica a cielo aperto in cui quasi duecento persone “lavorano” tutti i giorni, frugando tra i rifiuti per trovare qualcosa di riciclabile da accumulare per guadagnare qualche sol al giorno e poter tirare avanti, in mezzo alla spazzatura, e ai gas che escono dai rifiuti bruciati, sono uomini, donne e bambini privati della loro dignità, con la pelle e le mani consumate, ma che cercano come meglio possono di sfruttare questa vita, cercano quella dignità che altri gli hanno tolto, e nonostante questo sono persone forti e coraggiose.

L’Alto Trujillo è invece il quartiere più povero della città, l’invasione più recente e meno sviluppata, ma dall’anno scorso c’è stata un’evoluzione inimmaginabile, le capanne nella parte bassa della collina erano state sostituite da casette in mattoni, il silenzio che lo scorso anno tanto mi aveva colpito era scomparso, oltre la musica messa credo da qualche sorta di ristorante, c’era il rumore di vita, si sentivano voci, e c’erano anche le persone, che passeggiavano per il quartiere, una crescita davvero impressionante che ci ha lasciato con tanti sentimenti contrastanti.

In mezzo a tutte le attività siamo anche riusciti ad organizzare una mostra fotografica nel centro di Trujillo contro la violenza, attraverso la quale abbiamo cercato di sensibilizzare i passanti verso questo tema, dando la possibilità di dire la loro e di denunciare violenze di cui erano a conoscenza. Uno dei pannelli della mostra conteneva la traduzione di un testo che mio padre ha scritto lo scorso anno per lo spettacolo “PerUnPerù” di raccolta fondi per il Caef, “Qualcuno picchiava i bambini”, che due volte ho letto a voce alta davanti ai passanti, per me è stato forse il momento più toccante del campo, perché sentivo di trasmettere il pensiero e la forza delle parole di mio padre sino all’altro lato del mondo.

Alcuni di noi nell’ultima settimana hanno avuto la possibilità di fare delle esperienze di lavoro con abitanti di Torres e Taquila principalmente, io e Michele abbiamo aiutato una mattina nella costruzione di un pozzo, Antonio ha venduto uova di quaglia al mercato, Michela e Martina hanno lavato le scale dei palazzi e Valeria ha conosciuto una ragazza che da qualche anno è uscita dal Caef. Il centro di queste esperienze ovviamente non era provare un lavoro nuovo, ma crescere nella comprensione della vita delle persone che ci vivono attorno, delle loro difficoltà nel tirare avanti una famiglia, ma anche della grande forza e impegno che mettono in tutto quello che fanno.

Il campo è finito sia a Torres che al Caef cercando di chiudere il lavoro fatto con i bambini, a Torres è stato organizzato uno spettacolo teatrale, con tante piccole scenette con grandi significati profondi, mentre al Caef abbiamo fatto una mostra di tutti i disegni, i testi, le sculture e gli oggetti vari fatti dai bambini durante il mese.

Ripartire e sempre lasciare un pezzo di cuore in quella casa, ma come ci ripetiamo spesso: il vero campo inizia in Italia, è solo con il nostro impegno qui che possiamo continuare ad aiutare il Caef e i suoi bambini.

Francesco Serra