Cristina Micello

Un granito de mostaza (Un granello di senape)

Perù. Caef. Campo di servizio. Bambini. 7800 km di distanza da casa.

Erano parole che ronzavano in testa prima della partenza, parole senza avere profili netti, senza contorni nitidi, erano forma senza contenuto, senza il loro vero significato.

Durante il viaggio chiedi a chi c’è già stato di cosa si tratta per farti un’idea di cosa troverai, consapevole però che ognuno trova ciò di cui è in cerca, ciò che vuole trovare, ognuno trae dal vissuto di un’esperienza ciò che di essa vuole conservare e quindi aspetti di arrivare e di capire da solo, prescindendo dai racconti degli altri compagni di viaggio e di servizio.

Poi arrivi e tutto inizia ad avere un senso.

Ha senso avvicinarsi ai bambini chiedendo il loro nome e la loro età, ha senso giocare con loro e abbracciarli anche se non li conosci, anche se li stai vedendo per la prima volta; assisti al mistero di un affetto immediato tra sconosciuti che nasce da sensazioni che non puoi spiegare.

Accoglienza e dignità sono le parole giuste: aspettano di accogliere senza chiedere, senza pretendere pur non avendo nulla da dare come contropartita, pur non avendo nulla o quasi.

Torres e i suoi bimbi sporchi e pieni di sorrisi con gli spazi vuoti dei denti caduti, in mezzo a visi incorniciati dai capelli scuri.

I giorni passano e dall’entusiasmo dei primi giorni inizi a nutrire dubbi; inizi a pensare che forse gli abbracci, i giochi e i sorrisi non bastano e inizi a trascorrere le giornate affiancata da due sentimenti contrastanti che si stagliano presenti ma incorporei al tuo fianco: da un parte un grigio scoraggiamento e dall’altra la speranza colorata.

Ti chiedi che futuro ci sarà per questi bambini..ti chiedi se lo “scirocco” delle loro vite potrà avere un futuro senza umidità.

E alcune volte non riesci a trovare una risposta.

Inizi a sentire la stanchezza, inizi ad assorbire e ad avvertire tutto quello che si sta muovendo dentro di te, tutti i moti interiori che questa esperienza sta agitando.

Vai a Torres ogni mattina e dal mototaxi avvicinandoti sei investita da una puzza nauseante e vorresti tornare indietro da quel luogo spettrale.. poi in lontananza inizi a mettere a fuoco le sagome più o meno piccole dei bimbi che aspettano “gli italiani” fuori dal comedor (salone da pranzo) giocando con le trottole.

Arrivi e ti vengono incontro alzando le braccia per essere sollevati dicendoti: “profesora, una vuelta!!” (prof., una giravolta!!) e in quel momento ti sembra l’unica cosa da fare, l’unica cosa giusta da fare e li fai girare su se stessi fra le tue braccia, dimenticando la miseria che grida da ciò che ti sta intorno, dimenticando la puzza, dimenticando i “perri”(cani) che si aggirano tra i bambini, dimenticando la voglia di tornare indietro che avevi poco prima.

E poi arrivi alla conclusione che il futuro che non riuscivi neanche ad immaginare per loro esiste e dipende solo dal loro presente, dipende da cosa costruiranno e da come costruiranno; e il lavoro del Caef allora ti appare più che utile, ti appare necessario, nonostante le difficoltà, nonostante gli attriti fisiologici con le realtà, con le famiglie, con il contesto in cui opera.

E pensare che il tuo piccolo, piccolissimo servizio è stato quel “granito di mostaza” che può dire alle montagne di muoversi ti fa sentire utile e torni con la consapevolezza che “verrà un vento caldo a cancellare questa umidità”.

Cristina Micello