Dìa 22 – Questione di sguardi

Questa pagina sarà un po’ diversa dalle precedenti, perché la scriveremo a quattro mani, vivendo la giornata da due punti di vista differenti di due persone che si diversificano per età, per città, per cultura e per momenti di vita diversi ma che sono accumunate dallo stesso amore per questo paese. Siamo Titti e Alice, rispettivamente di Cagliari e di Roma, 40 e 24 anni, 10 anni e 2 anni di Caef.

La mia (Titti) mattina inizia con un poco di stanchezza dovuta non solo alla lunghezza della condivisione del giorno prima ma anche all’intensità delle nostre storie che si sono intrecciate in questi giorni tra le corse delle cose da fare.

C’è anche un po’ di fermento tra di noi per l’esposizione dei lavori e la festa di despedida di Torres: il gruppo si prepara ad uscire prima per sistemare le ultime cose. Si legge negli occhi dei volontari una grande soddisfazione e il desiderio di mostrarci il lavoro di questo mese. Partono per Torres e dopo mezz’ora li raggiungiamo: giochi, foto, trottole, sabbia e la solita cantilena dei bambini che alzano le braccia al cielo e gridano: “cargame”… sono gli ingredienti di un’attesa per l’arrivo di Judith per inaugurare questa grande mostra.

 

 

Finalmente arriva il momento ed io, tenendo a braccetto mi mami, entro nella escuelita sabatina e iniziamo insieme il tour. E’ un’emozione vedere, pezzo dopo pezzo, il lavoro di un mese sul significato che oggi ha la spazzatura, il reciclaggio e lo smaltimento dei rifiuti. Disegni, giochi, video, ci permettono di entrare in questo mondo e sembra un miracolo ciò che ci appare davanti agli occhi: ogni stand ci permette di capire il valore di ogni giornata del loro lavoro e i bambini ci mostrano orgogliosi i segni di un’esperienza che gli rimarrà per sempre. Judith osserva con gli occhi lucidi, orgogliosa dei suoi niños e anche dei volontari che ringrazia emozionata dopo aver giocato con una macchinina costruita con una bottiglia di plastica e altro materiale riciclato.

 

 

Questo momento di piena gioia mi viene portato via subito dopo: catapultata in una casa; anzi, per me la casa simbolo di Torres, dove c’è un pavimento al posto della sabbia, dove per anni ho respirato la presenza di Dio ogni volta che il suo padrone mi mostrava anno dopo anno la crescita e i miglioramenti che riusciva ad apportare. Quest’anno quella casa è rimasta all’apparenza come l’anno scorso ma io, seduta in quella sedia al centro della stanza, sentivo solo un grande vuoto nell’ascoltare la storia di una famiglia sgretolata, nel guardare gli occhi spenti di un uomo che è stato per me sempre un punto di riferimento. Avrei voluto gridare dalla rabbia e invece mi sono limitata ad ascoltare le sue parole e quelle di Judith per poi scoppiare in un pianto dirompente, una volta uscita, fra le braccia di Michele.

Da quel momento i giochi in canchita per me hanno solo un gusto amaro; scatto qualche foto e poi ci ritroviamo tutti sulla strada del ritorno: il paesaggio è ciò che più mi rasserena di Torres e decido di camminare in silenzio guardando ciò che è sempre dentro al mio cuore anche quando sono lontana.

Mi accorgo che il mio (Alice) nuovo giorno è alle porte dal mormorio dei bambini che si prepara per la scuola, dalla solita felpa di M. che puntualmente non si trova, dalla cerniera del sacco a pelo che mi graffia il viso invitandomi al risveglio. Il tempo di prendere coscienza ed ecco che si accende quel campanello d’allarme che speravo potesse continuare a dormire al mio posto. “Ultima mattina a Torres”, continuo a ripetermi. Mi giro dall’altro lato e provo a pensare positivo. Oggi i miei ragazzi rivestiranno il ruolo di guide museali espondendo il lavoro portato avanti in questo mese, in una mostra dal titolo:”protejemos el mundo de la basura. Ponemos atención juntos!”; con “basura” si intende letteralmente spazzatura, quell’essere che abusivamente abita le distese di terra di Torres, galleggia sull’Oceano che fa da guardia a questo quartiere, popola la scuola dove i ragazzi tentano di apprendere nozioni di vita. Sono veramente soddisfatta e orgogliosa del lavoro portato avanti da tutti, dal mio equipo che ha strutturato con cura e attenzione ogni giornata di attività, che ha concigliato i momenti di gioco con quelli di apprendimento, pensando sempre prima al bene del bambino, cercando di accontentare le esigenze di tutti; dei miei ragazzi che si sono messi in gioco con la convinzione di poter rendere il posto in cui vivono un posto migliore. Non è scontato per chi vive a Torres sensibilizzarsi a questo tema, i rifiuti purtroppo hanno sempre fatto da sfondo a questo paesaggio che senza di essi sembra perdere i suoi connotati.

Punte di diamante della mostra, i video che testimoniano la rimozione da parte dei ragazzi della basura dal quartiere, i giocattoli creati dai più piccoli attraverso materiale di riciclo, gli esperimenti che mostrano visivamente i danni che questo mostro produce sul terreno in cui si annida. Il mio cuore, quello dei miei compagni di viaggio e di Judith è gonfio di gioia nel vedere come gli sforzi di un mese abbiano portato risultati ottimi creando legami indissolubili tra noi e i ragazzi. Il tempo di ingerire qualche snack accompagnata da gassosa ed eccoci tutti in canchita, chi con due e chi con quattro marmocchi sulle spalle, assaporando a pieno questo ultimo momento di gioco. Il mio cuore già debole sa cosa lo aspetta, i miei occhi fissano i volti e la spensieratezza dei bambini, cercando di catturare il più possibile. I mototaxi sono arrivati, dobbiamo tornare al Caef, tra poco è pronto il pranzo. Cerco di stringere a me tutti i miei niños, mi dispiaccio nel non vedere alcuni volti, provo a trattenere la commozione; e niente, non ce la faccio. Crollo nel sentire i singhiozzi di M. e le sue lacrime sul mio collo, gli accarezzo la nuca, piango forte con lui. La strada che percorro per tornare in casa-famiglia non si mostra a me nitida, gli occhi gonfi mi impediscono di mettere a fuoco, così preferisco chiuderli e pensare a quanto intenso è stato anche questo secondo anno a Torres.

 

Arrivati al Caef non c’è il tempo per assaporare le emozioni che subito mi ritrovo (Titti) a preparare 200 panini al pollo per la festa che seguirà un evento importante per quattro dei nostri bambini: i battesimi.

Saliamo tutti sull’autobus vestiti a festa ed emozionati come se stessimo partendo per una gita. Al mio lato Y. e in braccio K. mi fanno dimenticare con le loro domande sulla mia città la tristezza della mattinata. Continuano a tenermi la mano come se capissero il mio momento di fragilità e mi accompagnano fin dentro la chiesa. Noi italiani tutti sulla sinistra schierati per cantare e poi in prima fila loro: D., B., B. e F. vestiti di tutto punto che guardano emozionati e spaesati un luogo a loro poco familiare ma sembra che capiscano perfettamente che tutti sono lì per loro. La cerimonia ha un non so che di magico, come la nostra casa: mi guardo intorno e vedo tutti i volti emozionati dei volontari, degli educatori, dei padrini e anche degli altri bambini. Al momento dell’immersione nell’acqua mi viene alla mente una frase che dissi a Martina sul battesimo: “per me è il sacramento dell’accoglienza per eccellenza” e questo è il sentimento che mi accompagna durante tutta la funzione. Sento che il Signore ha accolto in quel momento i nostri piccoli quattro ma sento che ha accolto anche tutti noi con tutte le nostre fragilità e limiti e noi non possiamo far altro che dare ciò che siamo.

Mentre io (Alice) decido di mangiare della frutta per pranzo, il mio stomaco si è chiuso dalle tanti emozioni; emozioni che a quanto pare non finiscono qui. In un clima di fibrillazione generale, ci prepariamo a imbellettarci per un evento molto importante per quattro bambini della casa: i battesimi. Mentre sfilacciamo il pollo con Titti da inserire nella miriade di panini che seguiranno alla cerimonia, padre Alessandro chiede se qualcuno ha voglia di affiancarlo servendo durante la messa. In un batter d’occhio prendo le vesti di chierichetta, esserci in un momento così importante delle loro vite è per me un onore. Dall’altare riesco a vedere i volti compiaciuti di tutti, la riconoscenza negli occhi delle personale della casa nei confronti delle madrine e dei padrini dei ragazzi, persone che hanno deciso di viverli nel quotidiano pur non avendo nessun legame di sangue.

 

Accendo le candele da dare ai neo battezzati e sento il calore invadermi il petto, cullarmi dolcemente. Finalmente posso sentirli vicino, ci scambiamo un segno di pace che vorrei durasse un’eternità. La musica rende questo momento ancor più magico, chiedo grazie per quello che sto vivendo. Passiamo dalle panche di legno ai sedili rivestiti del pullman, ho in braccio a me M. che decide di abbandonare le sue gelosie nei miei confronti concedendosi un momento di leggerezza tra le mie braccia. Che la festa abbia inizio! Balli, piroette, trenini, panini, dolci e tanti tanti sorrisi riempiono il comedor della casa regalandomi immagini da sviluppare prima di andare a letto. Lasciamo la pista da ballo per accomodarci su piccole sediole poste nel patio, i volontari italiani ci spiegano il lavoro svolto in questo mese con i ragazzi del Caef attraverso filmati che sembra parlino d’amore. La riconoscenza è tanta, i loro occhi parlano.

Anche per me (Titti) inizia la festa: balli, canti, torte e biscotti preparati con amore da Yoshe esprimono tutta la dolcezza di questo pomeriggio ricco di emozioni che però non sono ancora finite perché poco dopo ci troviamo nel patio seduti, tutti pronti a vedere la presentazione dei lavori di questo mese del Caef. Incredibile tutto quello che si riesce a fare in così poco tempo; la percezione non è mai di piena soddisfazione ma poi viene smentita da quelle immagini cariche di una realtà vissuta nella pienezza dell’amore che circola in questa casa specialmente in agosto. Io rido, mi commuovo e mi faccio coccolare da J. che si siede ai miei piedi e si aggrappa alla mia gamba, di nuovo ricevo un gesto di rassicurazione e di cura. Quando ormai decido di lasciarmi andare e pensare che l’unica cosa che mi aspetta è la cena, un nuovo colpo di scena: come se le emozioni non fossero ancora state abbastanza. Tutti di nuovo sull’autobus; la meta è ignota a tutti tranne che a Judith, che divertita ci stuzzica e ci intrattiene senza farsi sfuggire nulla. Arrivati, alcuni di noi riconoscono l’entrata di una casa: saliamo e ad aspettarci c’è il personale del Caef, la famiglia riunita e perché no, un buon pisco.

La sala è stata imbadita per noi, ogni cosa posta con cura, segno di un lavoro pensato e curato.

 

Per me (Alice) è quasi ora di cena, pieni e gratificati, salutiamo i ragazzi e ci prepariamo ad uscire per le strade di Trujillo in cerca di buon cibo da mettere sotto i denti. Varcata la porta del Caef troviamo ad attenderci un pullmino, cosa veramente strana considerando che normalmente ci si muove esclusivamente in taxi. Capiamo presto che il personale della casa ha deciso di sorprenderci portandoci in una casa addobbata e messa a lucido per noi. Con curiosità ci apprestiamo a seguire le direttive di Judith e di sua figlia Mary, tra una foto di Tracy e i sorrisi divertiti di Vanessa e Carmen. Hanno preparato per noi un momento di riflessione su questo campo per aiutarci a portare dentro e a razionalizzare quelle che sono state le situazioni vissute. Tre cartelloni appesi alla parete racchiudono adesso quello che ci portiamo a casa da questa esperienza, cosa ha significato il nostro soggiorno qui e il perdono che chiediamo in merito a qualcosa che ci ha turbati in prima persona. La promessa che ci viene fatta è che questi verranno appesi al Caef fino al prossimo agosto. I colpi di scena non finiscono, dopo aver espresso la sua riconoscenza nei confronti di tutti noi, Judith chiama in causa Titti. Gli occhi già grandi della mia amica si fanno ancor più profondi, riceve una targa per i suoi 10 anni di lavoro al Caef e parole che rimarranno nella mente e nel cuore di tutti vista la loro potenza.

 

Mentre io (Titti) entro con curiosità e subito capisco che questa notte non sarà una semplice festa ma qualcosa bolle in pentola. Mi siedo e osservo tutto quello che mi circonda fino a quando vengo interrotta dalla voce di Judith: “permettetemi di dire che quest’anno il nostro cuore batteva per Titti; per i suoi 10 anni che non rappresentano solo il fatto che lei sia stata qui per noi ma anche l’amore in tutto quello che fa: per noi, per i nostri bambini, rinunciando alla sua vita, alle sue passioni, alla sua famiglia per stare con noi”. In quel momento ho sentito il cuore fermarsi: la despedida programmata per il giorno seguente stava invece avendo inizio, con me in piedi accanto alla donna che mi ha regalato una seconda possibilità. Non so bene cosa stava accadendo intorno a me ma subito mi sono trovata tra le mani una targa di riconoscenza: sempre abbiamo pensato che ci sono persone che lasciano un segno indelebile nell’anima e un’impronta che non potrà mai essere cancellata, grazie per questi 10 anni.

Mentre le lacrime scendono sulle mie guance, sento solo gratitudine per quel momento che stavo vivendo e mi lascio andare all’abbraccio materno di Judith. Ma all’improvviso parte la musica ed ecco apparsi davanti a me sei mariachi con i loro strumenti musicali e subito cantano le canzoni della tradizione messicana. Partono le risate e Judith mi sussurra: “per nessuno l’abbiamo fatto ma volevamo sorprenderti”. Rido di gioia mista a commozione e mi godo tutto lo spettacolo.

 

Quando poi finisce, Judith riprende la parola e la despedida prosegue. Il suo discorso ho solo un inizio e invita ognuno di noi a scrivere il finale con le nostre vite. Ci chiama uno ad uno, per ciascuno ha delle parole speciali, per ognuno un piccolo regalo tarato sul legame che in questi anni o in questi mesi il Caef ha sentito.

Guardavo anch’io (Alice) Judith pensando a questo momento così importante. Ciò che mi faceva desistere da tornare in questo posto meraviglioso era il dover rivivere questo momento al quale non sono mai stata pronta. Sento le parole che Judith spende per ognuno di noi e continuo a chiedermi come faccia a conoscerci così nell’intimo vivendoci solo un mese all’anno. Arriva il mio turno: vengo in prima battuta derisa (giustamente) per gli ettolitri di lacrime che scendono dai miei occhi, successivamente mi viene detto grazie per il mio lavoro a Torres e per la gioia che ho portato nella casa. Judith si avvicina al mio orecchio, “te quiero ciqhita mia”. Il mio serbatoio d’amore è pieno fino all’orlo.

Alla fine ne rimane solo uno: io (Titti) sorrido e penso: “avevo ragione e ne sono felice” e così viene chiamato Pietro; tutti capiamo tranne lui ma quando viene detto: “tu sei il volontario dell’anno”, il suo sguardo tradisce una commozione profonda. Davanti a me compaiono tutti i momenti in cui lui è emerso e sono tutti momenti della vita quotidiana, gesti semplici che però esprimono una sensibilità che è rara trovare in un ragazzo così giovane. Penso a tutte le mattine in cui era presente alle colazioni dei bambini, ai giochi, alla pazienza, penso ai sacrifici silenziosi che ha fatto nel mangiare senza mai lamentarsi di nulla. Un animo dolce, responsabile, sensibile, che esce fuori dalle poche parole che riesce a dire in spagnolo: “grazie, perché tutto è stato possibile solo insieme a voi”. E io sono felice di questa scelta del Caef e del significato profondo che ha.

 

La serata sembra dirigersi verso la fine ma altri episodi si mescolano alle lacrime e a sentimenti vissuti in questa intensa giornata; ci troviamo in cerchio a riflettere su di noi; su come le nostre azioni, pur fatte con tutte le buoni intenzioni, possono creare delle ferite. E allora cerchiamo di imparare dai nostri errori e chiediamo scusa per mettere un primo mattone per la costruzione di un mondo diverso da quello che ci vogliono imporre. Vado a letto con mille pensieri e mi ripeto che il Caef è una scuola di vita: possiamo cadere, e nel farlo travolgiamo chi ci sta accanto, ma sono sicura che quella stessa persona travolta sarà la prima a porgermi la mano e dirmi: “alzati! Qui si impara a cadere ma anche a rialzarsi per andare avanti.”

 

Titti – Cagliari, Alice – Roma, 12 anni d’amore per il Caef

Commenti

Elenina

Titti, se ci sono lacrime significa che c’é speranza!
Grazie Alice per la dolcezza con cui hai raccontato❤

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