Día 20 – A piedi nudi

Ed eccomi qui, seduta sul pavimento dell’entrata del CAEF a ripercorrere con la mente la mia giornata di oggi, con l’intento di riuscire a raccontare a voi non solo lo scorrere delle cose successe, ma anche, e soprattutto, le emozioni che le hanno accompagnate.                                                                    Sono davvero felice di scrivere il blog di questa giornata, perché credo sia la più bella trascorsa qui in questo mese.

 

Subito dopo la preghiera e la colazione, ho completato le ultime cose che ci mancavano per sabato mattina, momento in cui i bimbi di Torres, con i quali ho fatto servizio questo mese, presenteranno a tutti i volontari e a Judith il lavoro che abbiamo fatto insieme, trattando il tema della spazzatura e dell’inquinamento, seguendo un pochino lo stile e l’esempio di Greta (Thunberg ovviamente).

Mentre scrivevo su un cartellone la storiella della nuvoletta che Claudia ed io abbiamo inventato un paio di giorni fa, Kikki mi ha invitata ad andare con lei, Judith e altri volontari al collegio dei ragazzi grandi del Caef. Non sapevo esattamente cosa stavamo andando a fare lì e nella mia testa sono passate idee di ogni tipo, dato che qui tutto è possibile e nulla prevedibile.

Arrivati al collegio, mi accorgo subito di K., una bimba del Caef che mi corre incontro e mi salta in braccio, emozionata e contenta di vederci lì. Poco dopo mi prende per mano e mi fa strada. Intorno a noi gazebi bianchi e decorazioni di ogni tipo, profumi di cibi deliziosi e una quantità enorme di bimbi danzanti e gridanti: avevano organizzato una fiera gastronomica dove ogni classe aveva cucinato un piatto tipico della cultura peruviana.

I bimbi del caef, intanto, ci prendevano per mano uno ad uno, ci portavano in giro, ci mostravano con orgoglio il lavoro svolto insieme ai compagni di classe e ci dicevano esattamente tutto quello che dovevamo mangiare, per non perderci nessuna prelibatezza (ovviamente dovevamo assaggiare tutto).

Dopo esserci fatti venire l’acquolina (erano solo le 10.30 del mattino, ma già le nostre pance si stavano preparando ad accogliere enormi quantità di cibo – quella di Azzurra lo sa bene, anche se oggi era il suo primo giorno di dieta, che ovviamente è stata rimandata a domani), ci siamo diretti al centro del patio, tutti in piedi, con la mano sul cuore a cantare l’inno peruviano, e poi quello del collegio, e poi quello delle classi, e poi quello di Moche. Insomma, una serie infinita di inni che, ovviamente, i bimbi non ricordavano tutti perfettamente e, per questo, si sono anche presi la sgridata direttamente dal palco.

Dopo tutti i vari saluti, ringraziamenti e dopo tutte le preghiere e gli applausi a Gesù (si, qui si usa tantissimo fare preghiere in ogni momento del giorno e applaudire al Signore come ringraziamento), siamo stati allietati dalla soave (ironico, ovviamente) performance di un professore che ha cantato una canzone peruviana sottolineando, ad ogni strofa, la bellezza della loro musica e della loro cultura, ringraziando Dio per questo.l

Terminata questa prima parte ci siamo, finalmente, potuti gustare i piatti tipici che erano stati preparati. C’era un po’ di tutto: ceviche, chicharrones, ajì de gallina, tamales, lomo saltado, causa e, tipico della selva, il succo di cocona, un frutto molto particolare che non avevo mai sentito prima e che ho scoperto piacermi da morire.

Dopo aver condiviso i piatti con gli altri italiani che erano lì e con i bimbi che ci venivano incontro per mangiarsi la qualsiasi, siamo tornati al Caef, pronti per gustarci il pranzo insieme e a tutti gli altri.     Ovviamente nessuno aveva più fame, ma come resistere alle omelette di prosciutto e formaggio di Titti?!

 

Appena terminato il pranzo e dopo aver urlato “Torres, andiamo” come ogni volta, io, i miei compagni di servizio, Titti e Kikki ci siamo diretti a Torres, per vivere insieme ai bimbi il nostro ultimo vero giorno insieme.

Amo la strada sterrata che porta a Torres. Non c’è nulla, e quel poco che si riesce a scorgere sono case pericolanti non finite, capanne precarie, campi coltivati che per la maggior parte del tempo vengono bruciati con lo scopo di ripulirli il più velocemente possibile. Arriva poi il punto della curva, dove la strada si biforca e noi proseguiamo a sinistra, su per la salita. È il pezzo peggiore: c’è sempre un odore nauseante, che ti porta a coprire il naso e a respirare con la bocca, che non puoi aprire troppo perché chissà che cosa ti entra. Cani sporchi, spesso rabbiosi, e galline iniziano ad intravedersi, seguiti dalle capanne e dalle casette di chi vive lì. Passo sempre il tempo del tragitto a guardare fuori dal mototaxi, a cercare di cogliere sempre qualcosa di nuovo di questo paesaggio, nella speranza di trovare qualcosa di bello, colorato (pulito no, sarebbe davvero chiedere troppo). Anche oggi ho guardato con occhi attenti ciò che mi circondava, ma, a differenza del solito, arrivati al momento della curva puzzolente, un brivido mi è sceso lungo la schiena e mi ha fatto venire la pelle d’oca. Pensavo a come poter descrivere alle mie amiche quello che stavo vedendo, a cui non ho mai fatto vedere neanche una foto di quel posto e mi rendevo conto che non esistono parole adeguate, perché nessuna riesce a rendere davvero l’idea non solo della vista di quel posto, ma anche, e soprattutto, di ciò che si prova mettendo piede lì. Nonostante sia il secondo anno che faccio servizio a Torres e nonostante conosca quel posto da tre anni, non posso dire di aver compreso ed accettato l’esistenza di un posto del genere.

Andato via l’ultimo brivido e terminate le mie riflessioni sul contesto nel quale mi trovavo, scesa dal mototaxi, inizio come sempre il giro perlustrativo di Torres, andando a chiamare i bimbi casa per casa. È una cosa che lo scorso anno non facevo mai, perché non mi piaceva l’idea di andare a disturbare la gente nelle loro case e, forse, non volevo accettare il fatto che non avrei potuto nemmeno chiamare tutti i bimbi bussando alla loro porta, perché molti la porta non la hanno e la tenda che usano per coprirsi non si può suonare.

Quest’anno, invece, è una cosa che amo fare: mi sento un pochino più parte di quel mondo, la gente inizia a conoscermi, la Municipalidad è venuta ben due volte quest’anno a parlare con noi italiani in generale, ma più precisamente con me, per chiedere informazioni sul posto e sulle attività con i bimbi. Questo non può che farmi felice e, perché no, rendermi orgogliosa del lavoro che in questi due anni ho fatto li. Questo ultimo punto, forse poco umile, mi viene confermato anche da una bimba, di cui ovviamente non ricordo il nome, che durante il tragitto verso la sala dove facciamo attività, intreccia le dita della sua mano con le mie e mi racconta esattamente tutta la storiella della nuvoletta che la volta prima abbiamo raccontato loro come introduzione all’attività del giorno.

Tra foglietti colorati, pennarelli prestati, matite scambiate e tempere sparse ovunque, la parte delle attività prosegue per il verso giusto: tutti concentrati, sia grandi che piccoli, intenti a portare a termine il lavoro richiesto, con una precisione ed un entusiasmo smisurato, dimostrato dal fatto che, arrivato il momento di andare in canchita a giocare a palla e a saltare la corda, molti di loro abbiano chiesto di poter continuare a lavorare e andare a giocare più tardi.

La dolcezza dei baci e degli abbracci dei bimbi da cui veniamo avvolti ogni volta prima di tornare a casa mi scaldano sempre il cuore e mi strappanosempre un sorriso profondo, indipendentemente dall’umore e dalle difficoltà della giornata.

Il ritorno a casa, oggi, è stato più dolce del solito. Non ho fatto in tempo a varcare la soglia della porta del caef che i ragazzi grandi mi stavano aspettando per accompagnarli a casa: J., R. e J.M. vivono, infatti, in un appartamento poco più avanti del Caef, perché inseriti in un progetto che si chiama “camino a casa”, che insegna loro ad essere indipendenti ed ad essere responsabili in tutto delle loro cose e delle loro necessità. Accompagnarli a casa è un qualcosa che desideravo dall’inizio del campo e che oggi, finalmente, sono riuscita a fare.

Durante tutto il tragitto J.M. non faceva altro che prendermi in giro, come al solito, e il tutto è aumentato quando mi hanno raccontato le disavventure di Mike oggi pomeriggio dal barbiere (si, è quello che ha scritto il blog ieri, che è andato dal barbiere ieri e che è tornato oggi, ribattendo al taxista, durante la contrattazione del prezzo della corsa, una cifra più alta di quella richiesta e che, dal barbiere, ha palleggiato con la testa di un povero bimbo che se ne stava seduto tranquillo ad aspettare il suo turno).

Diciamo che le mie risate non sono proprio delle più sobrie (chi mi conosce sa e può capire) e questo mio modo di ridere ha incrementato le prese in giro di J.M., che ha continuato anche una volta arrivati a casa loro che, facendomi strada, mi ha portato sul tetto e non in casa e che scoppiava a ridere ogni volta che i suoi occhi si incrociavano con i miei.

È stato un momento splendido, armonioso: abbiamo suonato e cantato, con un inglese tutto nostro, le canzoni di Ed Sheeran, che ho scoperto oggi essere uno dei cantanti preferiti di R. È stato proprio un momento di dolcezza, purezza, fraternità, famiglia. Una cosa che è difficile spiegare, ma che mi sta scaldando il cuore ora, mentre ci penso per poterla scrivere.

Per riprendere la traccia della condivisione di questa sera, dove Padrecito ci ha chiesto di pensare ad una tipologia di scarpa che potesse descrivere questa giornata, credo che per me questa sia stata come una di quelle tante giornate che trascorro a piedi nudi. Serena, calda, dolce, pura, libera.

 

Ginnypù, 22 anni, Casorate Sempione, terzo campo

Commenti

Elenina

Cara Ginnipù, ti ho vista poche volte, ma a poche righe dall’inizio sapevo già chi era l’autrice!!
Grazie per avermi fatto ridere (avrei voluto assistere alla contrattazione di Mike!!!).
E grazie per i tuoi piedi nudi. ❤

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