Día 19 – Liberate!

Il rumore dei letti che vengono rifatti con cura al piano di sopra schiudono i miei occhi. Le grida di chi è emozionato per un giorno che non vedrà la scuola fargli da padrona mi svegliano definitivamente. Il bagno è la prima tappa della giornata: alcuni volontari ridono ancora dei miei capelli, ieri me li sono fatti tagliare dai ragazzi del Caef, mai scelta fu tanto sbagliata quanto appagante, per tutti.

I niños che corrono per il patio, sebbene siano le sette di mattina, mi fanno capire che è un altro, nuovo, giorno. Tutto da godersi.

Si, oggi è un nuovo giorno, niente scuola, molto di più: Padrecito, Titti ed io porteremo i ragazzi grandi del Caef – con cui faccio servizio durante le mie giornate – a fare un ritiro spirituale.

La preghiera che ci da il buongiorno viene trangugiata assieme ai panini della colazione.

Siamo in partenza: il luogo prescelto sta a pochi passi dal Caef, affianco alle scuole in cui i niños vengono quotidianamente accompagnati dai volontari.

Abituato al paesaggio della campiña, mi sarei aspettato un luogo grigio e polveroso: apriamo il cancello e subito capisco che mi sbagliavo. Una piccola pergola ci accoglie, dietro si staglia un prato verde e curato. Altalene, tavoli, amache e porte da calcio sono il condimento che rende questo luogo assurdo per il paesaggio lunare in cui siamo immersi quotidianamente.

Capisco che sarebbe stata una giornata molto particolare. Il mio animo decide di rilassarsi e gustarsi ogni istante, per ciò che è e non per come voglio che sia, per come lo abbiamo “organizzato”.

Iniziano le attività: cerchio di sedie sotto la pergola, un primo gioco per rompere il ghiaccio ci porta i sorrisi di cui avevamo bisogno.

Chiudiamo gli occhi: il sogno guidato dà inizio alle danze. Li chiudo anche io, non avevo mai fatto un sogno guidato in spagnolo, del resto. Da lontano, come per magia, sento una canzone sudamericana che ci culla. Di solito non le sopporto, e invece questa sapeva trasportarci con delicatezza.

Il sogno è una sfida anche per me: quali sono i pesi che mi porto dietro? Quali i sensi di colpa? Quali le catene che mi tengono ancorato a questi pesi? Cosa vedo di fronte a me bloccato da tutto ciò?

Un sogno per far fuoriuscire quei pesi, quelle ferite aperte, quei coni d’ombra che spesso non vogliamo neppure pensare che esistano.

Apriamo gli occhi e dobbiamo disegnare ciò che abbiamo visto. Scriviamo ciò che abbiamo sognato prima e disegnato poi. Strumento per fissare nella mente ogni dettaglio.

Ognuno è libero di concedersi il tempo desiderato: chi si concentra di più sul disegno, chi più nella riflessione, chi ancora percorre i sentieri del sogno con la propria mente.

La pausa è d’obbligo: una cocacola e qualche giro d’altalena, M. che fa a gara con me per chi va più in alto, e come due bambini subito veniamo ripresi da Vanessa, la psicologa del Caef – onestamente un pilastro, in tutti i sensi, per questi ragazzi e, infondo, anche per noi – e in qualche modo mi sento bambino pure io.

La ripresa dei lavori avviene con una condivisione particolare: i primi a parlare mostrano il proprio disegno e spiegano il proprio sogno. Subito dopo viene chiesto loro di “costruire” la scena che hanno immaginato utilizzando gli altri ragazzi del gruppo come “oggetti di scena” e “protagonisti”. È la drammatizzazione: mettere in scena ciò che si è vissuto nel proprio cuore. Cosa ti dicono questi oggetti? Quale è la relazione con ciò che hai di fronte? Cosa ti gridano le catene che ti legano? E i pesi che ti tengono fermo?

L’atmosfera acquisisce la serietà di chi vuole ascoltare l’altro, la curiosità di chi vuole scoprire nuovi aspetti di sé e la cura di chi vuole aiutare il suo vicino a vivere la medesima esperienza.

La prima prova di coraggio è stata questa: mettersi davanti a tutti a raccontare, a vivere sulla propria pelle, un peso, un trascorso, una situazione che ci tiene legati. Riconoscerla, vederla, guardarla, soffrirla.

Ancora tutti non hanno parlato e arriva il tempo del pranzo. Un pranzo che pareva avere lo stesso clima del Pranzo di Babette: un pasto non troppo diverso da quello che mangiamo solitamente al Caef e che, eppure, aveva un sapore di festa, di gioia, di libertà.

Il sole sulle nostre fronti e i sorrisi hanno accompagnato il pranzo fino al dolce: io e Titti decidiamo di comprare un gelato per tutti alla tienda a fianco. La señora conta lentamente i sedici agognati gelati. Il sole li ha già scaldati altre volte nel medesimo modo. Il risultato è garantito: gli ultimi due gelati rimasti dopo la distribuzione sono il mio e quello di Titti. Avrebbero dovuto essere due gelati al cioccolato con lo stecco, in realtà ci siamo trovati in mano una mattonella di cioccolato e i denti combattevano per evitare il legno. La verità è che è stato più bello così, una risata e una bella foto da potervi mostrare!

La pergola ci accoglie nuovamente per continuare la condivisione. Ognuno a turno prende il proprio disegno, la propria riflessione e legge, spiega, si racconta. C’è chi lo fa con le parole ma c’è anche chi lo fa con le lacrime. Raccontarsi non è mai facile, ma nessuno di loro si è tirato indietro. Tutti hanno condiviso un pezzo delle proprie ferite con noi.

Ho impresso nella mia testa i loro occhi. Nel suo Recitativo De André scriveva: navigammo su fragili vascelli/ per affrontar del mondo la burrasca / ed avevamo gli occhi troppo belli / che la pietà non vi rimanga in tasca.

Ecco, i loro occhi sono davvero troppo belli, e hanno affrontato e affrontano ancora la burrasca di un mondo che ancora deve imparare a capirli.

Sarebbe ingiusto descrivere l’intensità di questo momento, perché certamente le parole mi tradirebbero e non riuscirei a restituire a Voi lettori un’idea veritiera di ciò che è accaduto.

L’atmosfera è carica di emozioni, di cuori aperti, di abbracci dati fisicamente e dati con l’animo. Finiamo il momento della condivisione vedendo un pezzo del film “Mission”: Rodrigo Mendoza, cacciatore di schiavi dell’amazonia, per espiare i suoi peccati decide di portare tutto il peso delle sue azioni (la armatura e le sue armi) sulle sue spalle, per raggiungere il villaggio indigeno dove in passato “prendeva servizio”. Li viene perdonato dagli indigeni, nello stupore generale di questa incredibile azione.

Sarebbe stato presto anche per noi il tempo della liberazione dai nostri pesi.

Il tempo di un gioco che possa farci gustare tutto il bello di una fatica condivisa è arrivato.

Vanessa, il pilastro che vi ho descritto prima, è come un’attrice di teatro a tutto tondo: sa essere protagonista da occhio di bue, così come una semplice comparsa. In ogni caso, senza di lei, non ci sarebbe la pienezza dello spettacolo. E così è stato: durante le condivisioni sapeva donare quegli sguardi, quegli abbracci e quelle parole che restituivano serenità lì dove prima c’era inquietudine, e, subito dopo, è riuscita ad animare i giochi dei ragazzi – noi compresi – rendendoci tutti bambini per un pomeriggio.

Non sono molto capace nei giochi di squadra e perciò non amo giocarci. Alla parola fútbol, ho subito pensato che avrei mostrato a tutti il peggio di me. E invece, anche qui, la sorpresa: quella partita che sarebbe dovuta durare dieci minuti prima della messa, si è persa nel tempo. Si è persa in quel prato e in quel cielo chiaro che ci hanno accompagnati durante la giornata. E improvvisamente il calcio mi piaceva.

Il momento di chiudere è arrivato: ci raduniamo attorno ad un focolare e a poco a poco tutti bruciano il proprio disegno, le proprie riflessioni, in realtà, bruciamo i nostri pesi. Ci liberiamo!

Torniamo velocemente a casa per fare la messa. Il velo della fraternità si posa sulle nostre teste e ci avvolge durante un’omelia in spagnolo che solitamente non capisco, eppure oggi è così chiara.

  1. J. dopo la messa mi cerca disperatamente: ieri ci siamo tagliati i capelli a vicenda e si, anche io ho fatto un lavoro terribile, ma incolperò ugualmente la batteria della macchinetta che finisce sul più bello. Dobbiamo assolutamente rimediare ai nostri tagli. Con la Profe Titti partiamo alla volta del barbiere più vicino. Il taglio a J. va abbastanza bene.
  2. mio potrebbe andar meglio: la ragazza che dovrebbe prendere in cura la mia testa si taglia col rasoio poco prima di iniziare il lavoro. “È la prima volta che mi succede”, certo c’è una prima volta per tutti, ma avrei preferito non fosse con me. Altre risate e storie da raccontare.

La serata finisce con la cena e la consueta condivisione serale. Oggi gli altri volontari hanno lavorato per sistemare la casa esternamente, per ultimare i lavori nei gruppi di servizio e tanto altro. Nessuno è stato fermo. Eppure, la tensione di un gruppo che cresce a migliaia di kilometri da casa propria si è fatta sentire. Non starò a raccontare ciò che è successo, dirò che è giusto che un gruppo che convive così a stretto contatto per così tanti giorni abbia momenti di tensione, e, soprattutto, momenti di confronto in cui sciogliere quest’ultima. Anche noi avevamo bisogno di riconoscere i nostri pesi, prendere per mano le nostre catene e liberarci. Capire che in fondo tutto sta a noi, a come decidiamo di vivere ciò che in un modo o nell’altro ci accade: tutti vorremmo un bel gelato, ma qualche volta ci arriva sciolto, sta a noi riderci su e scattarsi una foto.

È stata una giornata lunga, forse una delle più lunghe del campo. Non so ancora cosa spiegarmi le meraviglie che ho visto oggi: ragazzi che condividono con i propri fratelli pezzi della loro vita, drammatizzare le loro ferite, offrire tutto ciò a me con estrema semplicità. Ammetto di essermi sentito un estraneo a cui viene fatto un regalo senza chiedere nulla in cambio. La gratuità nella sua essenza: potevano decidere di non aprirsi di fronte a me, e invece sono stato parte del loro cammino. Un miracolo che porterò nel cuore.

Qualche giorno fa mi è stata donata una frase di R. Tagore che dice “Non donarmi salvezza nella paura, ma pazienza per conquistare la mia libertà”. Questo campo, la giornata di oggi in particolare, testimonia proprio questo: non siamo qui per salvare o venire salvati ma per vivere l’opportunità di riscattarci. Oggi ci siamo riusciti tutti, in un modo o nell’altro abbiamo visto che la strada per la libertà esiste e percorrerla è possibile.

Liberate!

 

Michele, 24 anni, Torino

Commenti

Ginnypù

Nonostante io sia qui con te e abbia sentito la condivisione di questa tua giornata direttamente dalla tua bocca, ho letto questo blog due volte.
Grazie! ❤
Ora ti vengo ad abbracciare forte

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Ludovica

“Non donarmi salvezza nella paura, ma pazienza per conquistare la mia libertà”. È proprio cosi… Grazie, perché mentre leggevo mi è sembrato di esser lì con voi e con i ragazzi grandi ❤️

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Paola

Ogni giorno quando leggo i vostri messaggi penso a quanto voi impariate da queste esperienze. Credo che siete si li per donare, ma che portiere a casa tanto e che forse alla fine anche voi siete quelli che ricevono tanto. Attraverso i due campi precedenti di mia figlia ho visto la trasformazione che è avvenuta in lei e la profonda amicizia che si è creata con gli altri componenti del gruppo che va al di là della normale amicizia e che perdura. Senza dimenticare la luce che brilla nei suoi occhi quando parla dei bambini….

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Elenina

Davvero le condivisioni dei ragazzi, le loro lacrime, la loro fiducia di mostrare un pezzetto di sé, un pezzetto che sanguina, è un dono grande e prezioso.
Grazie Mike per averlo donato a noi, a me.
E grazie anche per quando dici “e improvvisamente il calcio mi piaceva”. Tante cose mi ha insegnato ad amare il Perù!
Sei un grande❤

PS. Volevo vederti coi capelli originali, perché mai te li sei fatti aggiustare?

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