Día 17 – Dal letame nascono i fiori

Ciao a tutti, io sono Francesco, ho 22 anni e vengo da Torino.

Oggi tocca a me scrivere una pagina di questo blog, che sono felice di sapere che molti leggono per essere un po’ partecipi dell’esperienza che stiamo vivendo qui al CAEF.

Scrivere (o prendersi del tempo per farlo) in questo luogo non è certo facile: le nostre giornate sono piene e la stanchezza è tanta, quindi tante volte al posto di scegliere di prendersi un momento per riflettere si tende a preferire un sano e rivivificante ozio nei tempi di pausa che si riescono a trovare. Ecco, io forse vedo questo momento come un’occasione per poter riflettere con voi della giornata che ho appena vissuto in questo luogo dove Dio sembra mancare, ma solo perché sa ben celarsi dietro ai gesti più banali di cui spesso dimentichiamo di accorgerci.

Saper lasciarci sconvolgere è la mia chiave per poter vedere le cose che quotidianamente nella mia vita tendo a non vedere, o meglio, a non voler vedere. Quindi anche se alcune cose che vi scriverò risulteranno banali, state attenti a non commettere il mio stesso errore!

Oggi come ogni giorno ci siamo svegliati facendo colazione tutti insieme. E’ un momento della vita comunitaria che ti fa sentire fin da subito accolto e riscaldato prima di iniziare le attività della giornata, anche se le facce che vedi spesso non sono delle più allegre, ovviamente, data l’ora della sveglia….ma sai che sono in pace.

Il mio servizio qui al campo si svolge in un luogo che si chiama Torres; per rendere la mia idea ho scelto di usare la metafora della boccia di vetro, ma sporca di terra: chi vive in questo luogo non conosce il vero mondo che lo circonda. Non sa cosa sia un telefono, una lavatrice, un asciugacapelli, persino una doccia. Non sa cosa sia un ristorante, una barca, una serata con amici davanti a una tavola imbandita… Non sa cosa significhi viaggiare, esplorare, aver bisogno di sapere, comprendere, imparare, comunicare nel mondo. Loro, le persone che vivono a Torres, sono svuotate di tutto ciò per cui noi lottiamo per sentirci umani. D’altronde definirli propriamente dis-umani sarebbe un termine troppo forte per me, perché sarebbe negare quell’umanità che è insita comunque in ogni essere umano, anche quando ne viene lasciata solo la scorza, perché scavata da dentro.

Dico ciò perché nei pochi giorni che sono potuto andare lì (per ora solo quattro e mi sembra così assurdo, ma non voglio soffermarmi su questo perché ci vorrebbero troppe parole) ho visto delle Persone con la P maiuscola, piene di vita e profonde nell’anima, che mi hanno ricordato ancora una volta come l’ardore dell’amore possa continuare a bruciare anche dove manca l’ossigeno.

Oggi a Torres inoltre è stato un giorno speciale per bambini (noi svolgiamo un servizio che si concentra su bambini principalmente tra i 3 e i 7 anni, mentre altri si occupano di quelli fino a 14 anni) perché è venuto in visita uno storico volontario italiano di Torres, “Tonino”; non sapevo quasi niente del suo passato ma sono certo abbia saputo dare una carica di amore e affetto a questi ragazzi, almeno così mi è sembrato quanto ho visto i loro occhi brillare alla sua presenza. Quindi è stata una giornata di ricordi, che anche se io non ho mai avuto, ho potuto percepire e accogliere nel mio cuore come insegnamenti di vita, della vita di Tonino e di quelle dei bambini di Torres che si sono intrecciate di nuovo oggi, ricreando forse un po’ quella melodia scolpita nel loro passato.

Oltre a questo sinfonico tuffo nel passato di cui io sono stato spettatore, la mia giornata a Torres però è stata soprattutto passata insieme a un bambino di nome Gesù (ironico no?), a cui ho insegnato, o meglio ho provato ad insegnare, le divisioni. La vista dell’aula in cui poi abbiamo svolto i compiti insieme è forse stata l’immagine più forte di questa mia giornata, che ho piacere di condividere con voi.

La stanza aveva un odore acre, fastidioso. I muri perimetrali erano ammuffiti e pieni di crepe, i banchi erano di un ferro gelido e arrugginito, la lavagna ricoperta da scritte di gesso colorato sovrapposte di “lezioni” forse mai veramente definibili tali; ecco questo era il luogo in cui un bambino di 7 anni di nome Gesù si stava apprestando a studiare con me. Forse sarebbe inutile spiegarvi perché ritrovi dell’ironia nel suo nome. Questa immagine per me rappresenta un po’ tutta quella in-umanità di cui vi parlavo…dove il limite invalicabile del non poter apprendere per poter conoscere cade quasi “a domino” su tutto ciò che l’involucro di ciò che noi chiamiamo umanità può contenere.

Non sapere significa non poter conoscere, migliorarsi, evolvere, vivere.

Ecco qui condivido con voi l’amaro stupore di questo attimo della mia giornata di oggi…volendo però ricordare, a voi e a me stesso, che ESSERCI, essere qui, aquí y ahora, significa comunque dare qualcosa: significa dare la propria vita, la propria forza, il proprio sorriso a loro; significa spezzarsi per loro.

Io sono qui per farlo, come persona e come gruppo di missionari, e come tali perseguiamo la missione di dare un po’ più di vita, di umanità a chi rischia di perderla… o meglio, di dimenticarsi di averla.

Grazie per avermi ascoltato,

Francesco, 22 anni, Torino

Commenti

Cristiana

Caro Francesco, ho letto con tanto amore le tue parole che finalmente stamattina sono arrivate. Vi leggo tutti i giorni ma leggere te è stato ancora più emozionante, lo ammetto. Credo che quando tornerai non sarai più la stessa persona. Queste esperienze segnano l’anima e i segni dell’anima sono indelebili. Non ti so dire perché il mondo sia così sbilanciato, perché noi siamo qui a preoccuparci di tante cose inutili e loro siano lì senza neanche il diritto di imparare una divisione. Non so perché i “grandi” della Terra, i “potenti” restino inermi. Forse per lo stesso motivo che ci spinge a non pensare a chi sta male quando siamo qui, immersi nella nostra bambagia. Ma so che sono tanto fiera di te, che ho una grande ammirazione per tutti voi che trascorrere le vostre vacanze a dare amore a questi dolcissimi bambini sfortunati. So che ti porterai a casa i loro sorrisi, le loro manine morbide, i loro capelli spettinati e che tutti questi giorni resteranno nel tuo cuore per sempre.
State facendo la cosa più bella e più preziosa che si possa fare: donare gioia a chi ne ha così poca. Grazie da parte mia, perché Voi migliorare il mondo e accendete la speranza che magari un giorno la fratellanza sarà più importante di tutto per gli uomini sulla Terra. Grazie perché nel vostro cuore splende un sole meraviglioso, quello dell’amore puro.
Un abbraccio a tutti.
Cristiana

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Elenina

Ti leggo dalla Cina. Anche da qui ci tenevo ad essere vicina a voi ed assaporare quella “boccia di vetro, ma sporca di terra” (immagine bellissima e perfetta) che è la mia casa e che tu immensamente bene, con dolcezza e indignazione , hai descritto.
Siete cuori puri e quello che vi auguro è di tornare a casa con questa purezza, lottando perché non si sporchi. Leggervi aiuta me a togliere un po’ di sporco dal mio cuore, ricordandomi ciò che di puro ho imparato tra la sabbia di Torres. Per questo Grazie!

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