Día 13 – Incontrarsi nell’amore

La sveglia per alcuni di noi questa mattina suona davvero presto, sono le 4.30 quando per la prima volta sento Rosa, un’educatrice del Caef, bussare alla nostra porta e subito dopo andare a svegliare M. per paura che il sonno abbia la meglio.

Così inizia un dolce risveglio che durerà circa una mezz’ora per poi ritrovarci alle 5.15 nel patio d’ingresso con gli occhi gonfi di sonno e le parole che non vogliono uscire; quando arrivano Judith, Vanessa e Silvia, io, Tiziana, M. e Alessandro siamo ufficialmente pronti a salire sul pulmino di Pedro in direzione Casma.

Oggi per M., una bambina del Caef, è un giorno davvero importante: per la prima volta nella sua vita incontrerà la madre a cui era stata tolta in ospedale per via della disabilità della donna.

Negli anni ha scoperto la sua esistenza, ha elaborato e lavorato la sua posizione di figlia ed ha superato le paure che la frenavano. Ora vuole solo conoscerla, aprirle il suo cuore e dimostrarle che nonostante l’infanzia che ha vissuto le vuole un mondo di bene ed è orgogliosa di lei.

La prima oretta e mezza di viaggio passa silenziosa nel dormiveglia di tutti, tappa in autogrill per fare colazione e poi si riparte; quasi tutti tornano a dormire mentre io osservo il paesaggio, un paesaggio su cui non ero mai riuscita a soffermarmi del tutto perché solitamente quando passiamo di qua in pullman all’andata è già buio mentre al ritorno, con il pullman di notte, si sta già dormendo.

La macchina corre veloce attraverso deserto, un paesaggio quasi lunare, dove a tratti compaiono agglomerati di case, per lo più costruite sulle dune in maniera precaria, senza servizi, senza una prospettiva di futuro urbano.

    

Dopo un’altra ora arriviamo a Casma, un piccolo pueblo attraversato dalla panamericana, come tutti qui; le indicazioni per arrivare all’Asilo San José non sono per nulla chiare, chiediamo a persone locali ma nessuno sa aiutarci finché ad un certo punto leggiamo una scritta sottile sopra un portone che indica la nostra destinazione.

Dal cancello intravediamo il centro, un centro che per lo più ospita anziani e persone disabili, gli ultimi, i dimenticati. Ci accolgono Padre Pedro e Suor Juanita, ci stavano aspettando perché anche loro aspettavano questo incontro tra madre e figlia, due anime innocenti il cui destino e futuro è stato deciso da altri, familiari che davanti alla difficoltà hanno deciso l’abbandono e non l’aiuto fraterno.

Negli occhi di M. si alternano paura, emozione e curiosità, non vede l’ora di abbracciare la sua mamma, di guardare negli occhi la sua storia, la sua vita.

Mentre Judith, Tiziana e Alessandro vanno a conoscere e a preparare la mamma all’incontro, rimango con M. e Vanessa ed iniziano ad avvicinarsi persone che lavorano nel centro, tutte con gli occhi pieni di gioia nel sapere che lei è la “hija de L.”, la figlia di cui tanto hanno sentito parlare.

Inutile dire che appena L. ha visto M. le è corsa incontro per abbracciarla e da li non l’ha più lasciata un secondo; ha voluto farla entrare nel suo mondo, farle conoscere la casa dove vive, dimostrarle che nonostante tutto anche lei ha imparato a scrivere.

Abbiamo quindi lasciato che madre e figlia si conoscessero, si coccolassero e si raccontassero le loro vite, così nel mentre con Padre Pedro abbiamo voluto conoscere il centro e la storia dell’istituzione.

L’Asilo San José nasce dalla volontà e dalla forza di Juana, suora spagnola, che ha fortemente voluto questo centro per accogliere tutte quelle persone che per via della loro situazione fisica o mentale non hanno altro rifugio né altre alternative; il centro però nasce e vive nella legale illegalità visto che lo stato non è disposto a investire in questa problematica e loro non hanno altre entrate se non qualche piccolo guadagno che entra dal centro medico che Juana ha voluto costruire in appoggio all’Asilo e grazie al quale riescono a pagare il personale.

Nel mentre che ci vengono raccontate queste ingiustizie incontriamo persone che hanno ritrovato la loro dignità solo nel momento in cui hanno messo piede in questa casa, persone che prima di arrivare qui non avevano un nome, non credevano di meritarsene uno, che non parlavano e non vivevano.

Entriamo nella stanze dove ci sono le donne e mentre molte sono imbambolate davanti alla televisione, una ragazza in sedia a rotelle ci guarda, sorride e allarga le braccia in cerca di un po’ di affetto, la stringo in un abbraccio dal quale ricevo tutto il suo affetto, mi parla o almeno prova a farlo e l’unica cosa che riesco a fare è sorriderle.

Così passiamo circa un’ora finché non entriamo nella cappella del centro, costruita con la cooperazione del Mato Grosso, e li, mentre apriamo i nostri cuori alla presenza del Signore, entrano L. e M. pronte a salutarsi con la promessa di rivedersi presto.

Risaliamo così sul pulmino e ci fermiamo a Tortugas, una località marina apparentemente deserta visto che è prevalentemente turistica. Rimaniamo il tempo di rimettere a posto le emozioni, mentre gli altri vanno a bere un caffè, con M. riusciamo a raggiungere la spiaggia e in silenzio raccogliamo sassi, conchiglie ed il rumore delle onde del mare ci aiuta a riconquistare tranquillità.

     

Nel viaggio di ritorno nuovamente proviamo a riposarci, M. dorme sulle mie gambe, io e gli altri continuiamo tra la dormiveglia e il paesaggio cercando di riposarci.

Arriviamo al Caef, dove il clima è tranquillo e fraterno e i volontari hanno ricominciato le attività.

Dopo pranzo l’unica richiesta che abbiamo io e Titti è quella di lavorare con i bambini, di tenere occupata testa e mani; e così aiuto Judith a distribuire i vestiti che abbiamo portato dall’Italia come donazione ai bambini, tra chi si vergogna a provarli davanti a noi e chi invece sfila davanti a noi vedendosi bello in dei vestiti nuovi e puliti; Titti invece è stata risucchiata dai ragazzi più grandi e da Pedro, stanno scartavetrando la porta d’ingresso, tra loro traspira tanta emozione nel riuscire a fare finalmente lavori da maschi e rendersi utili per questa casa con qualcosa in più.

     La giornata si conclude in tranquillità, preparando le ultime cose per il Campamento, provando scenette e finendo gli ultimi cartelloni.

Domani si parte infatti per i famosi 3 giorni in montagna con tutti i bambini della casa e i bambini di Torres e Taquila, non sapremo se avremo linea nei telefoni e sicuramente avremo poco tempo per scrivere il blog; arriverà tutto insieme domenica al nostro ritorno!


un abbraccio

Kikki

Commenti

Pulmino giallo

Penso a quel murales all’ingresso di qualche campo fa “entregar el corazon”, grazie kikki!! Y buen campamento chicos, os echo de menos

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Elenina

Non scrivo altro che grazie, ma è l’unica parola che mi viene in mente.
Leggervi, come ogni anno che non parto, significa ricordarsi.

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