Día 12 – Cosa è l’uomo perché te ne ricordi?

Sono Francesca, ho 22 anni e questa è la mia seconda esperienza consecutiva di campo di volontariato in Perù.

Questa mattina il risveglio e la preghiera mattutina hanno avuto un altro sapore, diversi da tutti gli altri e frutto della grande e lunga riflessione fatta il giorno prima.

Durante il campo si tengono infatti tre grandi momenti nei quali si riesce a fare delle riflessioni più lunghe, meno circoscritte alla singola giornata e che spesso abbracciano anche aspetti e situazioni personali lasciate in Italia dal singolo volontario; ieri sera si è tenuta proprio una di queste riflessioni, la seconda, poiché l’esperienza del campo è giunta più o meno a metà del proprio percorso. Le riflessioni risultano un prezioso strumento per riordinare il caos che inevitabilmente si viene a creare dentro di te mentre sei qui, si può facilmente perdere l’orientamento e in questi momenti di condivisione non ci dimentichiamo la connessione tra quello che viviamo qui, quello che ci ha spinti a partire, quello che ci spinge a restare, quello che abbiamo dentro di noi e il ruolo delicato della fede in questo tipo di esperienze. Nel nostro momento mattutino di oggi mi sembrava di vederci reciprocamente in maniera diversa, un clima impercettibile ma più profondo, con gli occhi di si conosce di più e con il cuore più vicino a quello dei propri compagni di viaggio.

La mattinata è proseguita con le riunioni quotidiane per programmare le attività dei vari gruppi di Caef e Torres. Quest’anno sono per la seconda volta con il gruppo dei ragazzi più grandi del Caef, un gruppo con il quale mi sono trovata benissimo l’anno scorso e con il quale quest’anno è ancora più stimolante lavorare perché commossa di aver ritrovato degli adulti in miniatura, ancor più maturi rispetto a solamente un anno fa.

Prima di pranzo ho fatto una delle cose che amo fare di più qui al Caef e che coincide con alcuni dei ricordi più belli del campo dell’anno scorso: aspettare i bambini all’uscita di scuola e accompagnarli nel ritorno a casa. I bambini hanno orari diversi di uscita da scuola, prima i più piccoli, i cosiddetti “nani”. Piccoli nani con la loro divisa e con i loro zainetti che ti assalgono e che immediatamente ti trasmettono una scarica di adrenalina pura, incredibilmente riescono ad attraversare decine di stati d’animo diversi nel giro di poche centinaia di metri: dalla gioia, ai capricci (e quindi devi escogitare qualsiasi cosa per farli camminare), ai pianti, ai dispetti reciproci, ai canti. Durante questo campo rimango spesso ad osservare D., un bambino di 5 anni che l’anno scorso era difficile da gestire e, a volte, anche da avvicinare. Rimango stupita dal suo cambiamento, dalla spontaneità con la quale gioca e si fida dei volontari, si legge sul suo volto una spensieratezza che esprime tramite i suoi sguardi, le sue manine che ti porge per giocare, i suoi sorrisi e che l’anno scorso non sono mai riuscita ad intravedere…questo è il segno del tanto e duro lavoro che si svolge durante l’anno in questo posto magico.

Il secondo turno è quello dei ragazzi più grandi e, appena arrivata, L. mi ha stretto in un abbraccio nel quale si percepiva il bisogno naturale che fa parte di ogni bambino, di me e di tutti noi, di trovare un volto più o meno familiare all’uscita di scuola che riesce magari ad essere di conforto dopo una giornata scolastica non proprio perfetta.

Nel pomeriggio abbiamo aiutato i ragazzi a fare i compiti e subito dopo l’attività pomeridiana un’ attività nella quale gli abbiamo fatto conoscere qualcosa di più della nostra Italia: qualche parola in italiano, la capacità di fare una piccola presentazione in italiano, conoscere i nomi di qualche città italiana.

A fine giornata, prima e durante la messa, ho assistito a due piccoli miracoli, così li voglio chiamare. Due bambini ospitati qui, A. e I., legati inevitabilmente dalla loro storia comune, rappresentano per me la spontaneità propria dei bambini che rende il loro fare naturale, anche se a volte questa spontaneità viene macchiata da chi fa loro del male. Pensavo di dover cominciare di nuovo da capo per riconquistare la loro fiducia e così non è stato, in A. , al posto del “muro“ invalicabile dell’anno scorso, ho trovato due occhi neri luccicanti e un sorriso bellissimo e in I., oltre alle sue guanciotte che sarei in grado di riconoscere a metri di distanza, ho trovato un bambino che sta cominciando ad esplorare il mondo con tutta la grinta e lo stupore che spettano ad un bambino di 2 anni.

La riflessione di stamattina è iniziata con il Salmo 8 e non posso non riprenderlo alla fine di questa giornata. Questo Salmo mi ha sempre colpita in particolare per due domande “che cosa è l’uomo perché te ne ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne curi?”, due domande per le quali non avevo risposta fino a poco tempo fa. La giornata di oggi è l’esperienza tangibile sulla mia pelle della risposta a queste due domande: l’uomo è capace di fare tante cose brutte, ma non è capace solo di quello, l’uomo sa essere buono, sa perdonare, è capace di fare del bene, ha bisogno di fratelli accanto a lui. Questi bambini ne sono la prova.

 

Francesca, 22 anni, Anagni

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