Día 4 – È qui che volevo arrivare

Avete mai provato l’emozione dell’attesa? Quella sensazione di frenesia che pervade tutto il vostro corpo, quel senso di prurigine che vi rende euforici ed impazienti, come se aveste bevuto cinque caffè di fila? Un filosofo tedesco si chiedeva “E se l’attesa del piacere fosse essa stessa il piacere?” (si, la frase è stata usata in una famosa pubblicità, ma andiamo oltre)

Quella di oggi è stata una giornata di viaggio; da Lima abbiamo raggiunto Trujillo a bordo di un pullman di linea lungo la Panamericana, la strada che congiunge il punto più a Sud del Sudamerica fino a quello più estremo dell’Alaska e che passa lungo tutta la cosa peruviana, attraverso deserti rocciosi e distese di coltivazioni, tra l’Oceano e le Ande. Una strada romantica e selvaggia. Le dieci ore trascorse nel pullman sono servite a conoscere un po’ meglio i nuovi volontari e a caricarli ancora di più di aspettative, ma anche nei vecchi volontari è cresciuta la curiosità di scoprire come sono diventati i bimbi che abbiamo salutato lo scorso anno: “Chissà se si ricorderanno delle nostre facce, quali saranno le loro reazioni…

Alla stazione dei pullman di Trujillo è venuta ad accoglierci Judith, la donna più forte che io abbia mai conosciuto. Judith è la direttrice del CAEF e della Casa de Tuty, la persona che ha creato questa realtà 22 anni fa e che ha cambiato le vite di centinaia di ragazzi che sono passati dalla casa (e non mi riferisco solo ai bambini della casa). Nonostante l’età avanzata è un vulcano di energia, il suo sorriso contagia tutti, vecchi e nuovi volontari.

A tarda sera siamo arrivati nella Campiña De Moche e gli educatori del CAEF ci hanno accolti con la felicità negli occhi. Io ero curioso di vedere le reazioni dei nuovi volontari, sia durante il discorso di benvenuto di Judith, ma soprattutto durante lo spettacolo che hanno messo in scena i bambini ed i ragazzi della casa de Tuty (Tuty è Judit, il suo Caef è per tutti l’Isola che non c è. Quindi i ragazzi sarebbero i bimbi sperduti dell’Isola che non c’è). Ci hanno fatto accomodare nel cortile e una pioggia di sorrisi ha cominciato a scrosciare, seguita dagli applausi per la prestazione.

Terminata la recita, finalmente abbiamo potuto abbracciare i piccoli abitanti della casa tra un misto di commozione e allegria dei nuovi volontari unita al timore dei nuovi; ed è qui che volevo arrivare.

Un anno fa, in questo stesso momento, rimasi pietrificato nel conoscere i bimbi sperduti; mi sentivo a disagio. Non avevo mai avuto a che fare con dei bambini, tantomeno dovendo parlare una lingua che non padroneggiavo. Ricordo che invidiai i vecchi volontari, perché ai miei occhi loro non avevano la mia inibizione, come se non si fossero mai trovati nella mia condizione. Desideravo avere la loro esperienza. Avrei voluto sapere già come dovermi comportare.

Col senno di poi ho capito che il mio pensiero era dettato dall’emozione del momento e che tutti noi ci troviamo di fronte a circostanze che ci fanno crescere, ci cambiano e ci migliorano. Ho capito che spesso quelle sono le situazioni più difficili, imbarazzanti, maldestre e frustranti della nostra vita, e che sono anche quelle più importanti.

Bene. una volta capita la lezione però, tornato dal Perù, mi rimase per tutto l’anno quel desiderio di cui parlavo all’inizio: l’emozione dell’attesa. Non si trattava solo dell’emozione di rivedere i bambini, ma di mostrargli quanto ero cambiato: di mostrargli quanto loro mi avevano cambiato.

Non so dirvi se quel filosofo si sia dato una risposta, ma non posso neanche descrivervi il piacere che ho provato nel riabbracciare di nuovo i bimbi sperduti. So solo che è qui che volevo arrivare.

E adesso, che la festa abbia inizio!

Emanuele – 26 anni, Palermo

Commenti

Ludovica

Ricordo benissimo quella bellissima attesa e quando finalmente sai che è arrivato il momento di rivederli ❤️

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