Dia 26- Le chiavi di casa

La nostalgia inizia già a farsi sentire, iniziamo a renderci conto che mancano poche manciate di ore e poi dovremo lasciare il posto e questi bimbi che, in questo mese, abbiamo conosciuto e iniziato ad amare alla follia.

La mattinata che ci aspetta è un po’ diversa dalle solite e, a ricordarmi questo, ci pensa subito la sveglia di Chiaretta, mia compagna di avventura per eccellenza, che non concilia il mio risveglio con le note de “il cielo d’Irlanda” come al solito. L’appuntamento oggi è alle nove, vestiti e lavati, per iniziare la condivisione grande. Ancora un po’ assonnati, e forse qualcuno anche agitato, ci dirigiamo tutti in cappella, dove Ale (Padrecito… per i più fedeli) ci illustra le domande su cui siamo chiamati ad interrogarci. Sono tre, come sempre. Apparentemente facili, ma che portano a visitare un tuo mondo interiore che non appare sempre luminoso e colorato.

“Come mi sento alla fine di questa esperienza?”

“Cosa porto con me in valigia?”

“Qual è il proposito per il mio futuro dopo questo campo?”

Ci spargiamo per tutto il CAEF, occupiamo qualsiasi angolo, chi con una tazza di thè e chi con le cuffiette nelle orecchie. Ognuno inizia il proprio viaggio verso la razionalizzazione di tutto questo mese che, come dice Francesco, “vale come cinque anni”. L’intensità e la purezza delle emozioni che si provano qua dentro, la genuinità di ogni gesto, l’amor gratuito presente in ogni secondo di vita qui è tanto. La riflessione inizia dai primi giorni a Lima, il primo contatto con questo angolo di mondo così diverso dal nostro, estremamente contraddittorio e spesso confusionario, per proseguire, poi, con l’arrivo in questo centro che, facendoci caso, la maggior parte di noi chiama “casa”. Le difficoltà iniziali con i bambini, la paura di non essere adatto e le insicurezze lasciano presto spazio alla gioia del vedere che sorrisi e abbracci fanno parte di quel linguaggio universale dell’amore che è molto più efficace di qualsiasi parola e che abbatte qualsiasi barriera in un nano secondo.

Dopo mezz’ora di riflessione personale ci ritroviamo in cappella dove Ale ci spiega la modalità di proseguimento della condivisione: la poltrona Frau. I sorrisi dei volontari “vecchi” si alternano a occhi e sguardi impauriti dei “nuovi” che non hanno la più pallida idea di che cosa li aspetta. Il tutto è molto semplice, in realtà, e anche profondamente interessante. Ognuno di noi, chiamato a condividere uno per volta, deve scegliere una sua “poltrona” il cui compito è, oltre a quello di assumere fisicamente le sembianze di una poltrona, di evidenziare una parola, una frase, un aspetto che l’altro ha condiviso rimandandogli un feedback. Sembra semplice, ma non è così. In questi momenti metti proprio a nudo la tua anima ed è come se affidassi i tuoi sentimenti e le tue riflessioni ad un venticello leggero che, dopo averti attraversato dentro, accarezza i volti dei tuoi compagni, pronti ed attenti ad accoglierlo. Spesso anche solo riordinare i pensieri è difficile e farlo con quelli degli altri lo è ancora di più, ma di sicuro le parole di rimando della poltrona sono importanti per fare ulteriormente chiarezza e mettere ordine a quel groviglio di emozioni, sensazioni e pensieri confusi e contrastanti che si hanno dentro.

La tristezza del ritorno, la paura di quello che ci troveremo davanti una volta tornati a casa, la consapevolezza che presto verremo nuovamente inghiottiti dalla quotidianità che, anche se sarà la stessa più o meno per tutti, fa un po’ paura perché noi siamo diversi e questo ci porterà a guardare le cose con occhi diversi. Sono queste le parole che delineano il filo conduttore delle condivisioni di molti.

Ma anche soddisfazione per le cose che abbiamo fatto qui, insieme, canti e balli, lacrime e sorrisi, litigate e risate senza fine, stanchezza estrema, ma anche e soprattutto serenità. Forse sono proprio questi i tesori più grandi che ognuno di noi si porta in valigia.

La delicatezza e la profondità di alcune condivisioni mi hanno smosso qualcosa dentro che mi ha fatto riflettere e rendere conto che questo è il primo giorno di addii.

Dopo pranzo il viaggio verso la mia amata Taquila è stato un po’ più difficile del solito. Durante tutto il tragitto in combi non ho fatto altro che pensare al consiglio che Vanessa mi aveva dato qualche ora prima: dare tutto e molto di più, concentrare tutte le forze e le energie e portare a casa ogni singolo gesto, sorriso, abbraccio e farne tesoro. Le due ore passate con i bimbi sono state leggere, ma non superficiali: risate, scherzi, urla di numeri in successione ad ogni salto di corda e ad ogni palleggio a pallavolo, abbracci e compiti (perché si, anche se è l’ultimo giorno, i bimbi vanno a scuola e i compiti vengono sempre prima di tutto).

Allo scoccare delle cinque, ora di tornare a casa, dopo aver salutato tutti i bimbi, uno per uno, gli occhi di tutti noi volontari si sono riempiti di lacrime. Abbiamo salutato il comedor e, accompagnata dal triplice fischio di rito di Tonino, ho chiuso la porta. Prima di lasciare definitivamente quel piccolo luogo felice, ci siamo affacciati sull’Oceano e, in religioso silenzio, abbiamo assaporato tutti insieme, ma ognuno per conto suo, la meraviglia del posto dove ci trovavamo e la felicità di aver lasciato un piccolo segno nel cuore di quei bambini, condividendo con loro un frammento di vita.

Solo nel momento in cui ho restituito le chiavi del comedor a Carmen, responsabile del progetto di Taquila durante tutto l’anno, mi sono resa conto di quanto abbia fatto mio quel piccolo angolo di mondo. Ho realizzato qualche minuto dopo di averle detto, porgendole le chiavi, “grazie per avermele affidate, ecco le chiavi di casa”.

Sembra scontato dirlo, ma il grande tesoro che porto a in valigia con me è proprio Taquila. Ho avuto la fortuna di scoprire a poco a poco tanti piccoli angoli nascosti tra quelle case, girando accompagnata da Margot, una mamma del posto, che, oltre ad avermi fatto entrare a casa sua (cosa per niente scontata in questo Paese), e avermi fatto conoscere tante altre mamme, mi ha raccontato gli inizi di ciò che stavo facendo li.

Saluto Taquila con il sorriso e con il cuore traboccante di pura felicità e ringrazio questo posto per aver reso così speciale questo mio campo.

Ginnypù, 21 anni, Milano.

P.S. Ambra e Gabriele, se state leggendo questo blog, fermatevi un attimo per sentirvi orgogliosi. Anche se non ci conosciamo di persona, volevo dirvi che la vostra presenza qui è ancora forte e il segno del vostro amore e della vostra dedizione è tangibile. Margot (la mamma di Nicole, Fernanda, Kenya e JuanDavid) mi ha chiesto molto di voi e di come procedono le vostre vite. Ovviamente non sono stata in grado di dirle molto, solo quello che so sentendo i racconti altrui su di voi, ma la luce nei suoi occhi nel pronunciare i vostri nomi è qualcosa che mi ha riempito il cuore!

Commenti

Hambre

Margot è stata molto importante per noi.. e vedo che lo è stata anche per te. È fenomenale.. io la adoro!!
Grazie per queste parole Ginevra.. fa sempre bene sapere che si sono dimenticati di noi ❤
Grazie!

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