Dia 22- AVANZA! AVANZA!

Si pronuncia con la “z” che suona più come una “s”, è una sorta di “Avansa!”, ma detto con la particolare cantilena tutta peruviana. Si sente ovunque, in ogni momento, sembra un ritornello: la mattina prima della sveglia, “Avanza!”, durante il pranzo, “Avanza!”, all’ora della medicina, prima di andare a dormire, “Avanza, avanza!”.

Avanza, L.! La traduzione più adatta è “muoviti, spicciati!”; ormai mi fa sorridere: a tratti evito di dirlo anche io, nauseato dalla ricorrenza di questa espressione, in altri momenti sono lì: “Avanza, L.!”. L. è una bambina del Caef, con due occhi grandi così persi da qualche parte, un sorriso enorme e un po’ buffo, una forza incredibile nelle mani: quando ti afferra per il braccio stringe troppo, fa perfino male; a una certa ti viene incontro e ti abbraccia, e grazie tante, chi si libera più. Un’educatrice si avvicina, “Dejala”, dice, “Lasciala”, ma quella mica si stacca, anzi, stringe ancora di più; uno prova ad allontanarla stendendo le braccia, ed ecco che allarga la bocca in quel sorrisone perso; dice qualcosa, non si capisce niente, resta lì.

Non è eccessiva rigidezza, L. sta ancora imparando a dosare le sue forze, a capire i tempi di un’abbraccio ed il significato di un’ordine, la differenza, che per lei non è banale, tra ciò che può e ciò che non può fare. Il lavoro al Caef è anche e soprattutto questo: lavorare con una bambina e riportarla alla sua età, che ciò significhi far maturare una quattordicenne che dimostra quattro anni o riportare un piccolo adulto ai suoi otto. In questo consiste un ordinario giorno nella Casa de Tuty.

Un giorno ordinario per un volontario in Perù è come un viaggio, anzi due viaggi in due mondi nuovi, uno davanti agli occhi, vivido e intenso, e un altro nascosto, tenuto celato quasi con timore. Il mondo chiaro e caldo è quello della vita con i bambini, il “buenos dias” e la “buenas noches”, gli scherzi, i discorsi seriosi e quelli stupidi, le attività, gli sguardi; l’altro mondo è la realtà del posto in cui ci troviamo, il disincanto verso qualcosa che sembra magico, ma è il luogo in cui si dà casa a bambini che non possono avere famiglia, cibo a bambini che ruberebbero in strada, una morale di convivenza a bambini che hanno conosciuto solo quella della sopravvivenza.

È, questo secondo, un mondo che fuggiamo con imbarazzo, a tratti cerchiamo di ignorarlo, quasi freneticamente, per poi essere trascinati d’improvviso dal suo peso. È un po’ come camminare per strada con la propria ragazza mano nella mano, ed un fastidioso fratellino appeso all’altro braccio, che tira e tira di qua e di là, ora appendendosi e ora strattonando, richiamando l’attenzione, mugolando indispettito. Sei lì con la fidanzata e lo ignori, non ti volti, sorridi e scherzi, ma lievemente imbarazzato, ti infastidisci, a tratti, e poi avvampi, t’imbarazza il tuo stesso imbarazzo, e… basta! Eccolo lì, dritto in faccia, davanti ai tuoi occhi, il pensiero che avevi accantonato in un angolo s’è svegliato ed è venuto fuori, esce dall’angolo, e il tuo viaggio cambia.

Il mondo muta la sua forma, non sei più in un prato fiorito e non fai il giro tondo, ma in una discarica, in ginocchio, te ne stai, o per strada, raggomitolato su te stesso, un po’ rabbioso un po’ indifeso, mentre respiri malvolentieri. Forse in questo siamo un po’ soli.

Ecco, le emozioni qui sono talmente imprevedibili e mescolate che ho rinunciato a dar loro un ordine. Oggi i genitori di Yoshe (l’unica volontaria peruviana del gruppo) sono venuti a trovarci per il pranzo; l’occasione era il compleanno della madre, che teneva molto a festeggiare insieme alla figlia. Abitano vicino a Lima, venire qui dev’essere più o meno come fare Trieste-Napoli. Abbiamo preparato una torta, giocato un po’, cantato “tanti auguri a te” in tre lingue, mangiato insieme, e tutte le cose che si fanno in occasione di un compleanno. I bambini battevano le mani, cantavano, giocavano, ridevano; li guardi, “che bello questo momento”, ti dici, sorridi e torni a cantare, e poi… e poi eccolo lì, il pensiero nell’angolo; ti giri di nuovo a guardare dove stavi guardando un attimo fa, ormai il tarlo si è impadronito della tua mente, guardi con occhi nuovi, in cerca di conferma, e sì, ora le facce dei bambini si scoprono per quello che sono, ora vedi quel velo di tristezza che li accompagna sempre e ora in particolare. Da una parte, una famiglia che si fa Trieste-Napoli per festeggiare un compleanno insieme; dall’altra, bambini che applaudono ciò che non hanno. Se dovessi scegliere un’immagine dell’ingiustizia, questa sarebbe una buona candidata.

La giornata ordinaria si svolge così, “Avanza, L.!”, giochi, momenti di felicità, “Avanza!”, attività, programmi, programmi che saltano. Il mio lavoro si svolge con i bambini più piccoli, dai sette anni in giù; i nostri obiettivi sono ovviamente semplici: insegnar loro a svolgere attività insieme, ascoltare, non picchiarsi. Tutte cose che non si imparano sulla strada. Oggi la regola del giorno era “pedir perdono”, chiedere scusa, saper chiedere scusa. È riuscito? Chissà, lo vedremo nei prossimi giorni. Certo lavorare coi più piccolini, molti dei quali sono entrati da poco nella casa, dà un’idea chiara dell’immensità del lavoro da fare: si tratta di bambini che in verità hanno comportamenti da adulti, ma con le dinamiche infantili delle età più tenere. “Dobbiamo riportarli alla loro età anagrafica” è ciò che ripete costantemente Judith, “sono bambini e devono tornare ad esserlo”. È per questo che il viaggio grigio e rabbioso deve restare nascosto in un angolino della nostra mente, non deve guadagnare la totalità del nostro pensiero; è proprio per permettere loro di essere bambini, è proprio per trattarli come tali che non solo con timore, ma anche con forza e convinzione dobbiamo respingere la riflessione su quello che effettivamente stiamo facendo, rimandarla ad un altro momento. A tratti, questa mi pare la parte più difficile.

Ora però sono tutti qua intorno e aspettano che io finisca; chiudo quindi a questo punto il mio blog, all’una di notte e con l’inizio del campamento che mi aspetta domani (ne ha già parlato qualcuno?)

La cuchilla y la palanca, ah-ah!

La palanca y la cuchilla, ah-ah!

Francesco, 21 anni, el caballo de Trujillo.

Commenti

Hambre

In questo mondo ci vorrebbero molti più ventenni come te !!!
Grazie per aver condiviso questi pensieri così profondi Francesco.
Spero che questa tua sensibilità alimenti il tuo motore anche qui in Italia.. lontano dagli occhioni di L. ❤

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Sandra Schiavolin

Caro Francesco, ho letto tutto d’un fiato e avrei voluto leggere ancora e ancora… di questo luogo e di queste persone così lontane ma così vicine a noi grazie alle tue parole. Non smettere mai di raccontare, un abbraccio!

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